Regali per neonati: qualche idea bella, etica ed utile per Natale!

Natale si avvicina e anche nei gruppi di mamme che incontriamo si parla spesso di regali per il neonato. Regali da fare ai piccoli degli amici, ma soprattutto, regali da farsi fare: cosa rispondere ai vari parenti ed amici che chiedono quale regalo fare al piccolo neo arrivato, possibilmente utile, bello e magari anche etico?

La risposta in effetti è tutt’altro che scontata.
Si vive in appartamenti sempre più piccoli e spesso si ha già moltissimo di quello che occorre ad un neonato nel suo primo anno di vita. Il rischio che si corre a Natale, come nei compleanni dei bambini, è quello di venire invasi di oggetti, più o meno utili, spesso ingombranti, dei quali ci si accorge ben presto piccoli e grandi potevano davvero fare a meno.

La domanda “che regalo per un neonato?”, porta con sé un’altra domanda, più profonda: “ma di che cosa ha davvero bisogno un neonato?”
Questa domanda potrebbe aiutare a consigliare gli amci e dirottare le loro scelte verso doni almeno apprezzati, perchè davvero necessari o almeno belli. 

Allora ecco qualche idea e consiglio per un regalo davvero speciale.

Ti regalo un’occasione

Un piccolo appena nato ha pochissimi bisogni, perchè di fatto ha bisogno della sua mamma e del suo papà: sono loro, con la loro presenza, calda e rassicurante che lo fanno stare bene.

Un dono bellissimo per lui e i suoi genitori potrebbe essere regalare un’occasione in cui la nuova famiglia possa vivere del tempo insieme: una breve vacanza o un week end rilassante, magari mettendo a disposizione una casa al mare o in montagna, oppure una giornata fuori porta in mezzo alla natura.

Un’altra idea originale è quella di regalare un’esperienza speciale che mamma o papà e piccolo possano condividere. Ci sono ormai diversissime proposte di corsi e laboratori anche per i piccolissimi, che trattano svariati temi. Come scegliere? Sicuramente saranno apprezzati tutti quei corsi e laboratori che propongono a piccoli e grandi un’occasione per stare insieme con calma, serenità e rispetto come i corsi di massaggio infantile o di acquaticità.

Ti regalo un oggetto utile

Un neonato non ha bisogni di molte cose, ma spesso si preferisce regalare un oggetto: allora meglio scegliere, tra i tanti, oggetti utili e magari anche etici.

Un regalo utile e sempre apprezzato sono i vestitini. I cambi giornalieri con un piccolo non si contano. Il consiglio è sempre quello di andare all’essenza: piuttosto che il vestitino griffato che riesce ad usare due/tre volte al massimo, la neo mamma di solito apprezza una buona fornitura di body e di abitini comodi e pratici, da usare tutti i giorni e che non temano la lavatrice e magari in cotone biologico.

Un’altra idea per un regalo speciale per un neonato è il dono di una fascia o di un altro supporto per portare. In questo modo si sceglie un oggetto, una fascia lunga ad esempio, che rimanda e parla di un modo di prendersi cura del piccolo attento e rispettoso.

E se si è in confidenza: una scorta di pannolini! Non sarà un regalo ricercato, ma per un neonato è davvero indispensabile. Anche qui si può scegliere, preferendo pannolini ecologici che rispettano meglio il benessere del piccolo e sono meno nocivi sull’ambiente.
 

Ti regalo un dono etico

Regali per i neonati altrettanto belli e originali sono quelli che consentono di donare loro un simbolo, un oggetto che rimandi ad altro, che sia segno di un qualcosa di grande.
Diverse onlus propongono oggetti di questo tipo a sostegno dei loro progetti sociali.

Per un neonato è bello scegliere qualche cosa che si avvicini al momento particolare della vita della sua famiglia, magari a diretto sostegno di altri bambini e famiglie.

Oppure qualcosa che parli del futuro possibile per le persone o anche per l’ambiente; o che sia uno stimolo per la famiglia ad allargare lo sguardo e aprirsi al mondo.

Foto © Kimberly L. Photography.

Mamma mi porti con te?

17/11/2014  |  Portare, Prematuri  |  No Comments  |  Share


Oggi, 17 novembre, si festeggia nel mondo la Giornata del Bambino Pretermine.
Vogliamo ricordare questa ricorrenza condividendo le parole di Chiara, mamma del piccolo Riccardo, che abbiamo incontrato negli scorsi mesi in una delle 10 terapie intensive neonatali nelle quali è attivo il progetto Un abbraccio che fa crescere, a sostegno proprio dei piccoli prematuri e delle loro famiglie.

Per tanto tempo, e a volte ancora adesso, mi sono sentita una mamma catapultata nella realtà, non volevo crederci, il mio desiderio, il mio sogno, le mie aspettative pesavano meno di 1 kg di zucchero… 

L’unica cosa che potevo fare era aggrapparmi a lui e alla sua forza di vivere, alla sua tenacia e alla suo coraggio. Lo vedevo così fragile e non reale… Riccardo, cuor di leone (mai nome più indovinato), era lì davanti a me e li voleva restare, andando contro tutti i pronostici negativi.

Sono stati tre mesi difficili, complicati, pesanti e strazianti, ma sono serviti per farmi portare a casa il mio bambino!
Ogni giorno entravo in reparto di terapia intensiva in punta di piedi, lasciavo i miei pensieri negativi e le facce nere in macchina, il mio bimbo non poteva conoscermi così… Un bel sospiro e via, andiamo dal mio guerriero!
Anche se non lo nego, a volte la negatività prendeva il sopravvento e milioni di lacrime scendevano sole, senza guida…

Un giorno come tanti dei 107 trascorsi in ospedale arriva una proposta: “Lo mettiamo in fascia?” In fascia? Cos’è? Mi sembrava una cosa così strana, io volevo stare solo con il mio bambino senza troppi giri di parole o interferenze, ma mi sono fatta convincere, proviamo…
Ecco che srotolano davanti a me 5 metri di soffice stoffa, prendo tra le braccia il mio ometto e lo appoggio su di me, un’infermiera mi avvolge con la fascia e ci ritroviamo un tutt’uno, insieme come non eravamo mai stati e come volevo e voleva stare.

Riccardo tira su la testolina, mi guarda, fa un sospirone e si lascia andare in un sonno profondo, era il suo modo per dirmi che stava bene, che gli piaceva.
Che buon profumo… Ho pensato sprofondando il mio naso su di lui. Riccardo ha appoggiato la sua testolina sul mio petto, sul mio cuore, sotto il mio naso, e si è lasciato abbracciare dalla fascia e dalle mie mani.
Era la prima volta che lo accarezzavo con entrambe perché non ero “impegnata” a sostenerlo, che bello, che sensazione di libertà!

Da quel primo appuntamento con la fascia ne sono seguiti molti altri, tutti positivi, non avere il pensiero o la preoccupazione di tenerlo in braccio mi lasciava libera di coccolarlo, conoscerlo e a volte anche dormire!

Ancora oggi, a distanza di 6 mesi dalla prima, la storia si ripete, lo prendo, lo metto sul mio petto, sul mio cuore, sotto il mio naso, e lo porto con me, Riccardo tira su la testolina, mi guarda, fa un sospirone e si addormenta, solo che la testa non ciondola più e gli occhi sono più sereni.

In questo modo oggi scopriamo il mondo,andiamo a passeggio, a fare la spesa, in vacanza… e mentre dorme a volte sorride, e io penso che sia il suo modo per dirmi grazie, grazie per portarmi con te!

Chiara, mamma di Riccardo

 

Pancia a pancia, cuore a cuore

31/10/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

La nostra pancia è un luogo intimo del nostro corpo: lo proteggiamo e lasciamo che la tocchino solo persone con le quali siamo in intimità.
La pancia è un luogo che le donne riscoprono e scoprono in modo davvero unico e diverso durante la gravidanza. Tutta la magia, in questo periodo, avviene lì.
Il gesto istintivo, in seguito, con un neonato, è quello di portarlo a sé, di stringerlo a sé. E la magia si ricompie: il piccolo se lasciato pancia a pancia con la propria mamma di solito si rasserena e si calma.

La posizione pancia a pancia è una delle tre posizioni base del babywearing, ovvero del portare il piccolo con dei supporti. E’ una posizione che si basa su un’intesa comunicazione corporea reciproca tra chi porta e chi è portato e per questo motivo risulta essere molto apprezzata.
La mamma e il piccolo riescono in parte a rivivere alcune condizioni della vita uterina, cosa che spesso piace ad entrambi e rassicura. Inoltre, è molto gradita anche dai papà, che sperimentano in modo inedito sensazioni ed esperienze molto forti con i loro piccoli, che consentono loro di conoscersi in un modo speciale.
Però, proprio per gli stessi motivi di forte coinvolgimento e di intimità, questa posizione potrebbe essere invece vissuta in modo poco piacevole sia da adulti che da piccoli che faticano a stare in legami e situazioni molto coinvolgenti.

La posizione pancia a pancia, inoltre, permette un contatto visivo reciproco ottimale. Questo è un modo di portare che nasce con l’introduzione del portare, come pratica di cura, in società come la nostra, dove questa pratica si era persa. Infatti, in altre parti del mondo anche bambini molto piccoli vengono portati sul fianco o sulla schiena.

Si può portare in questa posizione con diversi supporti di tipo ergonomico: fasce lunghe, mei tai, mersupi ergonomici. Al di là del supporto scelto, il bambino deve essere portato, “alto”, con il sederino nella zona dell’ombelico di chi porta, e quindi la testolina ad altezza “di bacio”. Il supporto scelto deve permettere di scaricare il peso in modo ottimale sul corpo di chi porta. Questa posizione si realizza al meglio, con un neonato, con una fascia lunga di buona qualità.

Il bambino può essere portato in questa posizione dalla nascita, con la consapevolezza che la fascia è e rimane sempre un surrogato delle braccia materne: quindi, se possiamo goderci tra le braccia il nostro piccolo, meglio ancora!

Non c’è un termine preciso , raggiunto il quale occorre abbandonare questa posizione; spesso però o il piccolo, o chi porta, iniziano a voler sperimentare anche altre posizioni. Questo è un passaggio abbastanza fisiologico a livello relazionale, proprio perchè, per via dei significati legati a questo modo di portare, è una posizione molto connessa al desiderio di vivere la simbiosi, e questo desiderio lascia ad un certo punto lo spazio ad altri.
L’unica cosa certa è che rimarrà per il vostro piccolo un’esperienza unica, un dono, che magari, in alcune circostanze particolari (malessere, tristezza, stanchezza) vi chiederà di poter rivivere anche già grandino!

Foto © Mammarsupio

Portare in inverno

28/10/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Negli incontri sul portare si affrontano spesso domande “stagionali”: in questo periodo, una delle domande frequenti delle mamme è se si può portare in inverno e come è meglio fare.
La percezione è che lo stare a contatto con il proprio piccolo in fascia sia reso molto complicato dal freddo e dal brutto tempo, come se il portare fosse una pratica adatta alla sola estate.

Per i bambini più piccoli, sotto i 4/5 mesi, si consiglia di portare sotto la propria giacca La ragione di questa indicazione sta nel fatto che il portare non è tanto un modo di trasportare i più piccoli, ma un modo di stare insieme e di conoscersi. Mettere tra i due corpi più strati di tessuto e imbottiture non è l’ideale, soprattutto con i bambini più piccoli, quando la relazione è tutta da costruire e il dialogo tonico è fondamentale per imparare a stare bene insieme.

Questa soluzione non solo risponde in modo ottimale ai bisogni sia del piccolo sia di chi porta, ma soprattutto si rivela una soluzione pratica e comoda.
In questo modo chi porta riesce a controllare meglio la temperatura del piccolo portato perchè può svestirsi e vestirsi in comodità in base al luogo dove si trova.

In commercio si trovano diverse giacche, più o meno pesanti, che permettono di portare il piccolo.
Come Mammarsupio abbiamo collaborato con una piccola realtà torinese di moda sostenibile ed etica, Quagga, per realizzare un parka multifunzionale, lo IOPI, che potesse accompagnare la donna prima, durante e dopo la gravidanza.
Un pratico tool può essere usato prima per usare la giacca durante la gravidanza e poi per portare il piccolo al riparo dal freddo invernale. E quando il piccolo cresce, o nei momenti in cui non sta in fascia, il tool si stacca comodamente e la giacca rimane una bel capo tecnico slim fit.

Quando i piccoli crescono poi si può scegliere in base alle nuove esigenze che si presentano.
Si possono continuare a portare sotto la propria giacca, oppure gradualmente vestirli. In questo passaggio è sempre buona cosa farsi guidare dalla praticità. Se il piccolo, ormai cresciuto, viene portato per un po’, ma poi preferisce scendere e sperimentare i primi passi in autonomia, è sicuramente più pratico che abbia una sua giacca che gli consenta di stare al caldo in entrambe le situazioni.

In altre situazioni, invece, sarà ancora comodo portarlo sotto la propria giacca e spogliarsi con facilità insieme quando dall’esterno si passa in un luogo chiuso e caldo.

Foto © Mammarsupio: giacca Iaki di Quagga e Mammarsupio; cappellino Mammarsupio

 

Il portare: un’avventura da condividere

09/10/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Condividi l’avventura! (Share the adventure!): questo il motto scelto dagli organizzatori della Settimana Internazionale dedicata al Babywearing, ovvero, detto all’italiana, del Portare. In questo slogan sono sintetizzati due aspetti fondamentali legati a questo particolare e unico modo di prendersi cura dei piccoli.

Il primo: il portare può e dovrebbe essere un’avventura.
Questo è vero per i genitori che vivono in quei luoghi nel mondo in cui questa antica pratica si è persa nei secoli, con il crescere dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione.
Questi genitori, oggi, scoprono quindi il portare quasi da zero, senza una cultura condivisa alle spalle. Tutt’altro, con alle spalle e nelle orecchie teorie e credenze che propongono pratiche diverse se non opposte.

Per questi genitori, quindi, scegliere di portare il proprio piccolo può rivelarsi un’avventura non scontata e ricca di emozioni e doni inattesi.
E mentre si porta ci si accorge che questo gesto non si esaurisce in se stesso, in un modo comodo di trasportare oppure in un metodo infallibile per calmare un neonato. No, mentre si porta il proprio piccolo, si scopre che il portare è un segno, è un gesto che aiuta a vivere una relazione autentica con il proprio bambino, perchè facilita la comunicazione, verbale e non, e lo stare insieme.
Si impara a conoscersi e, insieme, si cresce, nel rispetto e nell’ascolto.

Quindi, il significato di avventura si amplia. L’avventura non è solo quella di scoprire, quasi come pionieri, una pratica ormai perduta. L’avventura è quella che si vive portando: è l’avventura di crescere insieme!

Il secondo aspetto su cui pone l’accento questo slogan è il condividere.
E’ un aspetto centrale nella pratica del portare, che è stato centrale anche nel nostro impegno di cooperativa in tutti questi anni.
Proprio perchè viviamo in una cultura che non ha saputo tramandare fino ad oggi questo modo di prendersi cura dei piccoli, abbiamo assolutamente bisogno che si crei condivisione attorno a questa pratica e a questo tema. Una condivisione che spesso si crea da mamma a mamma, da famiglia a famiglia, oltre che grazie all’impegno di diverse realtà anche in Italia.

Noi, nel nostro piccolo, è quello che in questi anni abbiamo cercato di portare avanti
Attraverso il progetto Mammarsupio, abbiamo contribuito a rendere accessibili i supporti non strutturati in Italia, coniugando il bisogno delle famiglie di averli a disposizione con un forte impegno etico e sociale che ci ha portato a produrre le prime fasce lunghe a filiera etica italiana.
Avere a disposizione questo strumento ci ha spinto a potenziare e ampliare il lavoro a sostegno della genitorialità, all’interno del quale il tema del portare ha sempre avuto un ruolo centrale.

Infine, abbiamo scelto di condividere questa avventura anche con gli operatori del settore materno infantile che incontravamo attraverso sessioni formative dedicate e progetti specifici direttamente nelle strutture ospedaliere, convinte che un operatore formato è il miglior sostegno che si possa offrire al maggior numero di famiglie.

In tutto questo nostro lavoro abbiamo dedicato un’attenzione particolare ai piccoli prematuri e alle loro famiglie, sia rendendo disponibile per loro uno strumento pensato ad hoc, la fascia lunga Bio soft, sia attraverso un progetto specificoall’interno dei reparti di Terapia Intensiva Neonatale.

Questo impegno è stato sostenuto, nel tempo, dalle tante persone (genitori, piccoli, operatori, persone sensibili) che abbiamo incontrato e ci hanno spronato e aiutato a migliorare. Cogliamo, quindi, questa occasione per ringraziare tutti, per ringraziarvi tutti, e continuare con sempre nuovo entusiasmo questo impegno nel condividere questa meravigliosa avventura.

Foto © Mammarsupio: giacche MammaHunzi

Ma quanto sono belli i piedini che scoprono il mondo!

Ore 15.45 di un normale giorno infrasettimanale.
Fuori da una scuola dell’infanza qualunque, tra la folla di mamme, papà, nonne, tate che aspettano, ecco che si possono scorgere diversi passeggini vuoti. Questi potenti mezzi, dai più accessoriati a quelli extralight, sono lì, vuoti, in attesa che il piccolo proprietario esca di scuola.
Un passante qualunque potrebbe non dar peso alla cosa, non farci neanche caso.
Se si osserva attentamente però si scopre, ad uscita avvenuta, che questi potenti e onnipresenti veicoli aspettano non solo piccoli bimbetti che abitano lontano, ma spesso, molto spesso, bambini di tre, quattro e purtroppo anche cinque anni.

L’immagine diventa a tratti surreale: bambine e bambini magari con il 30 di piede che si accoccolano sull’amato mezzo.
Se si chiede, poi, si scopre che il piccolo passeggero non è trasportato in quel modo perchè deve fare un tragitto di mezz’ora per raggiungere casa. No, il passeggino c’è perchè altrimenti, dichiarazione unanime, “non cammina!”.
E a poco vale la motivazione aggiuntiva di scarpe tecniche nuove fiammanti o di lucine che si accendono ad ogni passo.

Invece, portare un piccolo di qualche mese è spesso una pratica di cura criticata e malvista.
L’idea che sta dietro a questo rifiuto è spesso quella di avere al più presto bambini indipendenti.

Giustapponendo queste due situazioni, appare un quadro davvero contrastante sulle pratiche educative che proponiamo alle nuove generazioni: i piccoli non si portano perchè, altrimenti, crescono viziati, ma un grandicello di 4 o 5 anni può ben stare sul passeggino perchè stanco.

Forse, come educatori e come genitori, dovremmo avere più coraggio e togliere la maschera alle idee che spesso sostengono queste pratiche.
Dietro al non portare un piccolo, ma continuare a trasportare un grande, non c’è tanto l’idea del rispetto del bambino e del crescerlo indipendente.
Tutt’altro, dietro a queste pratiche opposte c’è purtroppo solo l’idea che un bambino debba dare il meno fastidio e far fare meno fatica possibile a chi si occupa di lui.

Come genitori occorre consapevolezza e cercare, ogni giorno, di costruire possibili equilibri tra i tempi stretti della quotidianità, la fretta di noi adulti e la lentezza dei piccoli che esigono i loro tempi.

Questa fatica verrà ricompensata prima di tutto dal solo camminare insieme.
Camminando, fisicamente, passo dopo passo insieme, si impara a gustare piccole cose che possono trasformarsi ai nostri occhi e a quelli ancora magici dei piccoli in doni preziosi: il canto di uccellino, la brezza calda sul collo, il gioco delle ombre e la carezza della pioggia… e tutto questo non solo al mare o in montagna, ma anche a Milano!
Ma sopratutto ci si accorgerà insieme, grandi e piccoli, di quanto siano belli questi piedini che scoprono il mondo, passo dopo passo.

Foto © Le4m

A portata di bacio: portare in sicurezza

22/09/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Il tema della sicurezza del portare i piccoli è spesso dibattuto e oggetto di molte domande da parte dei genitori. In generale i dubbi su questo tema accompagnano i primi interessi rispetto a questa pratica e le curiosità spesso si infittiscono attorno ai supporti non strutturati, come la fascia lunga.
Infatti, proprio il suo essere destrutturato e poco conosciuto, fa si che strumento desti qualche perplessità iniziale.

Portare un bambino, grande o piccolo, con una fascia o un meitai può essere più confortevole e più sicuro che portarlo in braccio.
Le accortezze che bisogna tenere sono semplici.

Quando si porta un bambino il suo volto deve essere visibile e scoperto, il mento non deve appoggiare contro il suo petto per evitare il rischio di affaticamento respiratorio. Inoltre, il supporto vi deve permettere di portare il bambino rispettando le caratteristiche particolari della sua schiena e delle anche.

Anche se vi sentite a vostro agio, la fascia non può sostituire le norme di sicurezza: non si può portare un bambino nella fascia in macchina, nè in bicicletta, motorino o sugli sci. Insomma, usate testa e buon senso!
Quando si porta un bambino sulla schiena, ricordatevi poi, di fare attenzione al suo campo d’azione: più è grande più sarà in grado di afferrare oggetti su mensole e scaffali dietro di voi.

Mentre si porta un bambino bisogna pensare che lui percepisce tutti i movimenti di chi porta, sia in positivo che in negativo. Evitate, quindi, di saltare, correre e fare movimenti bruschi.
Con un bambino portato in fascia sul davanti è meglio evitare di avvicinarsi ai fornelli o pentole bollenti.

Il bambino va portato “alto e a contatto”, ovvero a portata di bacio.
Questo significa che tra il bambino e chi porta non deve esserci spazio: tra i due corpi si dovrebbe poter infilare a fatica una mano. In questo modo il baricentro dei due corpi è unico.
La testa del bambino deve essere all’altezza della metà dello sterno di chi porta, appena sotto il mento e il sedere del bambino deve essere sempre nella zona dell’ombelico di chi lo porta: così starà a portata di bacio!
Quando il bambino diventa troppo grande per rispettare questa indicazione è meglio portare il bambino sulla schiena.

Foto © Ptacinsky 

Il portare tra le luci e le ombre dell’amore perfetto

15/09/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

le storie … parlano di questo: di come ci sia un posto per tutto a saperglielo dare.
Un posto anche per l’assenza. Di quante ombre sia pieno l’amore perfetto, di quante risorse inattese. Di quanti modi così diversi, e tutti senza colpa, alla fine: i modi che ciascuno trova.
Certi drammatici, certi lievi e pieni di allegria” 

Conchita De Gregorio, Una madre lo sa 


Quando si parla di portare i più piccoli, del suo senso, di ciò che accade nella relazione si può correre un rischio grande.
Ce ne accorgiamo anche riscorrendo e facendo memoria dei post qui pubblicati.

Spesso gli obiettivi di chi scrive si possono condensare in questo: fare cultura.
Questa pratica di cura è ancora molto sconosciuta da noi, in Italia e non solo, e soprattutto sono ancora molte le obiezioni che si trova ad affrontare un genitore che sceglie questo per sé e per il proprio piccolo. Quindi si scrive di supporti, ma soprattutto di tutto quel che sta dietro al portare, mettendo in luce la magia che accade.

Magia che accade davvero, perchè ha le radici in quello che accade tra la mamma e il suo piccolo nei mesi unici e irripetibili della gravidanza e delle prime scoperte insieme.
Nel fare questo si illustra a pieno la fisiologia, quello che dovrebbe accadere se tutto procedesse al meglio, nel rispetto del piccolo e del sua mamma.

Il rischio quindi è quello di tracciare quasi un alone mitico attorno a questa pratica, di fare uno schizzo di una relazione genitore-bambino che possa, per alcuni e in alcune situazioni, essere irrealistico e molto lontano dalla realtà.
Già, perchè la realtà alle volte si distanzia da queste immagini abbozzate, e, a volte, di molto.

Alle volte la gravidanza non è, né per la mamma né per il suo piccolo, un momento idilliaco e spensierato: problemi e fatiche, patologie, la nascita prematura. E poi ancora il parto, magari indotto, non rispettato o medicalizzato perchè la salute di entrambi è a rischio.
Anche il puerperio potrebbe non essere quel momento così speciale per conoscersi e riconoscersi: la fatica in questo periodo è grande e non tutto e non sempre fila liscio e il nostro piccolino, sebbene amato e desiderato, alle volte ci può gettare addosso una fatica che si percepisce insostenibile.

Sono “le ombre dell’amore perfetto”. Non c’è nulla di cui vergognarsi, perchè fanno parte della vita, occorre piuttosto avere la forza e il coraggio di provare a dare “un posto” a tutto questo e di viversi genitori a partire da chi si è, come persone e come famiglia.

In questa prospettiva anche il portare assume un significato ancora più profondo.
Portare il proprio piccolo non è riservato solo ai genitori ideali di un ipotetico manuale.
Si porta il proprio piccolo per stare con lui, e si parte sempre da chi si è, nella situazione in cui si è. Poco importa se tutto non è perfetto o non è stato perfetto.

Questa pratica porta con sé indubbiamente un ideale, ma non deve rimanere intrappolata in esso. E, quindi, portate quando ve la sentite, quando ne avete voglia o anche bisogno, cercando di essere il più possibile autentici in quel gesto, anche se magari un po’ imperfetto, poco da manuale.
Il resto verrà da sé: proprio perchè questo gesto risponde ai bisogni più profondi del piccolo e di chi si prende cura di lui, regala sempre magie inattese, a tutti.

Foto © Corbis_Kevin Fleming

L’arte del distacco lento

08/09/2014  |  Portare, Primo Anno, Spunti Educativi  |  No Comments  |  Share

La nascita è il primo e vero distacco che il piccolo vive. Prima cullato nel ventre della sua mamma, poi, quasi improvvisamente, catapultato in un mondo diverso, nuovo, così altro.
La nascita segna un punto di non ritorno: nessuno potrà mai vivere come se fosse “ancora nella pancia”.
Nei primi mesi la mamma cerca di ridare al piccolino una continuità con quell’esperienza originaria, ma non sarà mai come quei mesi magici della gravidanza.

I nove mesi speciali nella pancia, sono seguiti da nove mesi altrettanto speciali, fuori o “sopra” la pancia. Gli esperti chiamano questi due periodi endogestazione e esogestazione, mettendo bene in luce che entrambi sono parte integrante del processo di gestazione, di maturazione, necessaria al piccolo.

E l’esogestazione, se è indubbiamente il tempo della fusione, del cercare di ricreare il più possibile familiarità e continuità con il periodo precedente, è anche il periodo per porre le basi per il distacco che verrà.
Una delle ragioni perchè questo tornare indietro è impossibile è scritta proprio nel piccolo, nel suo corpo, così immaturo, ma che cresce rapidamente, come rapidamente crescono anche in lui le competenze per affrontare con gradualità il mondo esterno.
Ogni giorno il piccolo sotto gli occhi attenti e premurosi dei genitori cresce e si manifesta. Scopre nuove capacità ogni istante e le esercita e le usa per scoprire e approcciarsi al mondo che lo circonda: lo sguardo che si fissa un pochino più a lungo sul volto della mamma, i primi movimenti del capo alla ricerca della voce o della luce, la scoperta delle manine, afferrare e lasciare, riuscire a stare seduti e infine gattonare.

Questa lenta e progressiva autonomia trasforma la qualità e la concretezza dello stare insieme.
Il periodo della fusione non è un periodo uguale a se stesso, ma è un periodo incredibilmente dinamico, anche se caratterizzato dalla quiete e dalla lentezza. Il piccolo chiede all’adulto che sia presente con pazienza e calma, che lo accompagni nella sua nuova avventura e che ogni giorno sostenga i passi in avanti e accolga quelli in dietro.

All’adulto è chiesta l’arte del distacco lento: rimanere certi e presenti nella fusione, permettendo e sostenendo tutti i piccoli distacchi quotidiani che portano alla progressiva autonomia.

I genitori che portano i loro piccoli scoprono pian piano che questo atteggiamento è una guida salda anche rispetto a questo aspetto della cura.
“Quanto portare?” è la domanda che ogni tanto qualche mamma si fa. La misura la si trova ogni giorno, insieme: alle volete si porterà a lungo, alle volte meno, assecondando i bisogni del piccolo che cresce e che ricerca la sua mamma e il suo corpo in modo nuovo e diverso con il passare del tempo.

In questo modo, fin dai primi mesi, si accompagna il piccolo al distacco, che più che un momento, è un processo che vivrete insieme per tutta la crescita.

Foto © Agazzi

Portare per accompagnare i nuovi inizi

05/09/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Settembre è tempo di inizi. Il tempo estivo delle vacanze termina e si ricomincia. I genitori tornano al lavoro e anche per i piccoli la routine, consolidatasi in questi mesi, ricambia con la riapertura degli asili e delle scuole.

In particolare per alcuni piccolissimi settembre è un tempo davvero di cambiamenti, infatti, per molte mamme in questi giorni si conclude il congedo parentale e il loro tempo dedicato esclusivamente alla famiglia. Per questi piccolini, quindi, questi sono i giorni del primo vero grande distacco dall’ambiente famigliare, dalla mamma, e dell’inizio di nuove avventure al nido, a casa dei nonni, o con bebysitter o tagesmutter.

Di fronte a questi cambiamenti alcuni genitori sono tentati, spesso perché mal consigliati, di abbandonare il portare.
L’idea di fondo è che se porto il mio piccolino lui farà più fatica ad affrontare il distacco e, quindi, fascia e mei tai vengono chiusi nell’armadio.

Eppure il portare, in questa fase delicata della vita famigliare si dimostra essere una strategia formidabile.
I cambiamenti emozionano sempre, sia i grandi che i piccoli. Si possono vivere anche emozioni molto contrastanti: essere contenti per ciò che accadrà di nuovo, fino ad essere euforici, e, contemporaneamente, provare anche una profonda paura o disagio.

Questo può accadere agli adulti e anche ai piccolini, che spesso lo manifestano a “modo loro”.
Una delle strategie che molti bambini mettono in atto è quella che potremmo definire della cozza. Il piccolo entra in azione quando, dopo la separazione, finalmente incontra di nuovo la sua mamma o il suo papà. Da piccolo ometto indipendente o piccola donnina improvvisamente si trasformano in piccole cozze avvinghiate, fisicamente e non solo, allo scoglio. In brevissimo tempo lo scontro si accende: come conciliare le esigenze da cozza con la vita quotidiana, che dopo il lavoro chiama? Già, perchè non sempre e non tutti possono prendersi i tempi lunghi che il piccolo richiede per poter stare con la sua mamma e il suo papà, tempo necessario per ritrovarli e ritrovarsi, tempo insostituibile per ricaricare le energie.

Il bambino attraverso questo comportamento, che può sembrare un tornare indietro, non sta facendo un dispetto alla mamma che, anche lei stanca, lo vorrebbe autonomo proprio come l’educatrice del nido lo dipinge.
Ma quello che manifesta il piccolo non è un capriccio, ma un profondo bisogno.

Una fascia o un mei tai possono davvero essere, in questi momenti degli alleati insostituibili: se il piccolo è sempre stato portato riconoscerà lo spazio portato come uno spazio bello e buono per sé. Anche per i genitori questo momento di intimità sarà bello e ricco, perchè anche loro stanno vivendo un distacco.
Si può quindi portare mentre si va o si torna dall’asilo o dalla casa dei nonni o della baby sitter, si può portare andando al parchetto o facendo la spesa, o semplicemente anche preparando la cena.

Questo gesto non affaticherà il distacco, anzi, lo aiuterà: il piccolo ascoltato e rispettato nel suo bisogno sarà più in grado di affrontare le emozioni e anche le fatiche connesse alla separazione.

Foto © Mammarsupio