Diritti dei bambini: una scommessa ancora tutta da vincere

15/12/2014  |  Spunti Educativi, Vita in Famiglia  |  No Comments  |  Share

Diritti dei bambini nel mondo: il 2014 “annus horribilis”

Ultimamente si parla spesso dei diritti dei bambini.
Dai discorsi che ne escono sembra che questi diritti siano affare di un’altra parte del mondo, che la questione sia calda e cruciale per bambini che vivono altrove. Un altrove dove anche i più basilari diritti, come quello alla vita, non sia possibile e non sia rispettato.

Questa immagine è parzialmente vera e l’attenzione sul tema dei diritti dell’infanzia è sicuramente molto alta in questi mesi perchè questo 2014, anno che sta per concludersi, è stato definito, non a caso, “annus horribilis” per l’infanzia da un osservatore d’eccezione come Anthony Lake , il direttore dell’UNICEF.

Questa notizia, riportata su molti giornali negli scorsi giorni, ha probabilmente fatto scorre dentro di noi, come in un film, immagini di posti e contesti completamente altri, di scene di guerra, di sofferenza, di estrema povertà, molto distanti dalle nostre case e soprattutto dai “nostri bambini”.
Noi viviamo in una parte del mondo diversa, dove molti dei diritti negati in quei luoghi sono ormai quasi considerati scontati. Certo, la crisi economica sicuramente ha incrinato la fiducia nel futuro di molte famiglie, per le quali anche la quotidianità e diventata faticosa e meno ovvia, ma dove ancora la vita è possibile e, soprattutto, non è a rischio costante.

Questa contrapposizione ci fa sembrare la questione dei diritti dei bambini come un orizzonte già conquistato, già realtà per molti dei nostri piccoli.
Eppure, se in parte questa cosa è vera, anche da noi, la questione dei diritti dei bambini è una questione ancora aperta e calda e non solo perchè anche qui alcuni bambini vivono in condizioni di estrema marginalità e in contesti non adatti all’infanzia.
La questione dei diritti si pone come cruciale perchè non tutti i diritti enunciati dalla Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia sono realtà per tutti i bambini, anche per “i nostri” bambini.

 

Diritto all’integrità fisica: le campagne contro sculacciate e sberle

Un esempio forte, su questa linea di pensiero, è l’impegno che negli ultimi anni hanno condiviso sia la società civile, sia altre istituzioni, per sensibilizzare l’opinione pubblica a eliminare le punizioni corporali e ad adottare un modo di relazionarsi con i piccoli più rispettoso e dignitoso.  

Negli ultimi anni, infatti, si sono susseguite diverse campagne in questo senso che cercano di aiutare i genitori e chi si occupa dei piccoli a scardinare queste abitudini, centrando l’attenzione in particolare sul fatto che anche una sculacciata o una sberla sono punizioni da evitare e proponendo modalità alternative di relazione ed educazione  

Tra queste in particolare segnaliamo il testo prodotto dal Consiglio d’Europa su questo argomento rivolto ai genitori, e la campagna “ A mani ferme” promossa da Save The Children
La questione delle punizioni fisiche, anche se spesso minimizzata dalle famiglie, rimane una questione ancora molto forte, sulla quale come genitori occorre davvero vigilare.  

Il nodo centrale della questione è che spesso, quando arriviamo al limite, noi genitori eccediamo e riutilizziamo lo schema della punizione – schiaffo – sculacciata, perchè è quello che a nostra volta, da bambini, abbiamo sperimentato e subito.
Occorre quindi una grande consapevolezza in merito, per rompere lo schema e cercare di proporre ai nostri piccoli modelli educativi diversi.
L’impegno a tutelare questo diritto è quindi ancora molto attuale e coinvolge tutti.

 

Diritto ad essere bambini: la vera sfida con e per i nostri figli

Ma esistono altri diritti negati a moltissimi bambini.
Sono diritti spesso neanche riconosciuti, perchè la loro negazione non è quasi mai plateale, né assume i contorni di un gesto all’apparenza violenta.

La società in cui viviamo è molto ambivalente rispetto ai piccoli, e spesso lo siamo anche noi genitori ed educatori.
La maggior parte delle gravidanze iniziano per esplicito desiderio della futura mamma e del futuro papà. I bambini che nascono sono sempre più desiderati, cercati, perfino programmati. Non sono ancora nati e hanno già tutto … si cerca di predisporre tutto e di più per accoglierli e questa cosa continua nella crescita.  

Il bambino ha tutto: cibo, vestiti, alimentazione, genitori, nonni, videogiochi”, scrive Daniele Novara nell’introduzione ad Alice nel paese dei diritti, “ ma gli manca purtroppo l’essenziale: giocare, muoversi, correre, toccare, sporcarsi, litigare con i compagni, sbucciarsi le ginocchia”.  

I nostri bambini hanno davvero tutto e spesso troppo.
Le camerette sono zeppe di oggetti inutili e spesso costosi, hanno la possibilità di partecipare ai laboratori più diversi e ai corsi più esclusivi sin dai primi mesi di vita, hanno la possibilità di sviluppare al meglio le loro potenzialità e le nostre attese di genitori, ….
Hanno tutto e hanno, sin da piccolissimi, una vita scandita da orari ed impegni serrati; tutto offerto loro in nome del futuro e del “ti servirà da grande!”. Hanno tutto e fanno tutto, ma in questi ritmi non ci sta più il gioco, la possibilità di muoversi, di correre, di sperimentarsi, di sbucciarsi le ginocchia, di rialzarsi e anche di annoiarsi un po’.

Ecco, quindi, una nuova grande sfida per noi genitori, da giocarci con e per i nostri figli: la sfida di garantire loro il diritto di essere e di vivere da bambini!
Perchè tutelare questo diritto è il più gran regalo che si può offrire loro, non solo nel presente, ma per anche per il futuro, perchè un’infanzia serena permetterà è la base per le persone che saranno e che diventeranno. 

Foto 1 © 13/Flying Colours/Ocean/Corbis
Foto 2 © DiMaggio/Kalish/CORBIS
Foto 3 © 145/Steven Errico/Ocean/Corbis 

Il pianto del neonato si calma davvero con la fascia porta bebe’?

09/12/2014  |  Neonato, Portare, Primo Anno  |  No Comments  |  Share

 

Il pianto del neonato

I neonati piangono. E’ un dato di fatto, chiunque, anche chi ha poco a che fare con i bambini, lo sa.
Il pianto è così dato per certo e scontato nei primi anni di vita che, nell’immaginario comune, uno dei simboli per rappresentare i piccolissimi è il ciuccio, strumento appunto usato, e purtroppo anche abusato, per calmare il neonato e il suo pianto.

Un piccolino piange per diversissime ragioni durante la sua giornata.
Il pianto è uno dei mezzi di comunicazione che gli ha donato la natura per farsi capire e comprendere sin da subito.
Un neonato può piangere perché sta male e soffre, oppure perché è affamato. Può piangere perché qualche cosa lo infastidisce, o perché desidera qualche cosa di diverso. Il pianto è anche il modo in cui scarica le tensioni e le fatiche della giornata; oppure può essere, al contrario, l’esito di un’emozione bella, ma troppo grande e difficile da gestire.
Comunque, il pianto è un mezzo comunicativo che ci segnala che il bambino, per una qualche ragione, vive un disagio. 

Il pianto è però “un segnale tardivo di disagio”. Questo significa che il bambino ha provato già altri modi di comunicare il suo malessere a chi si prende cura di lui, ma poiché la comunicazione attraverso questi altri mezzi è stata poco a, alla fine sfodera la sua ultima “arma”: il pianto.

 

Come prevenire il pianto di un neonato

Accogliendo questa interpretazione del pianto come segnale tardivo di disagio, la prima cosa che si può fare per prevenire il pianto del neonato è quello di aiutarlo a vivere i suoi primi tempi nel mondo riducendo il più possibile, per quanto ci compete e possiamo fare, le possibili fonti di disagio.
Questo potrebbe sembrare una cosa scontata, ma è davvero la prima e unica azione di prevenzione al pianto.

Una mamma “sufficientemente buona”, come la definisce Winnicott (pediatra e psicanalista inglese) è una mamma capace di sintonizzarsi sul proprio piccolo e, quindi, capace di capire i suoi bisogni profondi e di offrire ad essi una risposta efficace e tempestiva. Questa capacità di sintonizzarsi sul piccolo e sui suoi bisogni è una delle caratteristiche fondamentali del parenting, ovvero della capacità del genitore di prendersi cura del piccolo.

Se all’inizio questa cosa può sembrare impossibile, l’esperienza di relazione quotidiana con il bambino aiuta la neo mamma e il neo papà a prevenire le situazioni di disagio o ad accorgersi in tempi molto stretti che il piccolo non sta vivendo un’esperienza piacevole.

 

Come calmare il pianto di un neonato

E se, nonostante il nostro impegno e la buona volontà, il piccolo piange e magari si dispera, cosa si può fare per calmare il suo pianto?
La prima cosa è ascoltarlo!

Il pianto è uno strumento comunicativo particolarissimo, pensato dalla natura per far attivare, in chi lo ascolta, delle reazioni di protezione e di intervento. E’ pensato come un grido di allarme ed è così percepito e decodificato da chi lo ascolta che, se non altro mosso anche solo dal desiderio che finisca, si mobilita per cercare di fermarlo.

Ma i pianti non sono tutti uguali. Un neonato da subito è in grado di esprimere cose diverse con il pianto attraverso la modulazione della frequenza e dei toni e fare quindi capire il motivo del pianto.
Per questo è importante che se si è scelto di usare il ciuccio per il piccolo, questo non venga usato per azzittirlo. Occorre prima capire che cosa ci sta dicendo attraverso il pianto e poi eventualmente aiutarlo a consolarsi con il ciuccio o attraverso altre strategie.

Il piccolo piange fondamentalmente perchè uno dei suoi bisogni fondamentali o più di uno non è soddisfatto al meglio.
Quando si vuole capire il pianto del neonato, il pensiero di solito corre subito ai bisogni legati alla sopravvivenza: “Sta male?”, “Prova dolore?”, “Avrà fame?”, “Avrà sete?”, “Avrà sonno?”, “Vorrà essere cambiato?”. E’ molto importante verificare se il pianto è generato da una di queste cause e se così fosse, agire prontamente per alleviare la fatica e il disagio.

Ma spesso il bambino piange al di là di questi motivi. Questo genere di pianto di solito getta nello sconforto i neo genitori. Nella loro mente, dopo aver formulato le domande precedenti ed aver escluso tutte quelle possibili cause, si genera sconforto e alle volte disorientamento: “Ma che cosa hai, piccolo mio?”.
La risposta va ricercata andando indietro nel tempo. Il piccolo arriva alla vita, dopo quell’esperienza unica a “magica” che è la vita uterina. 

Accanto ai bisogni di cura, per stare bene, ha bisogno che vengano soddisfatti anche il bisogno di contenimento e di contatto, dentro una relazione densa e significativa come quella con la propria mamma.

Il piccolo, attraverso il suo pianto, chiede alla mamma, in particolare, di ritrovarla, di ritrovare il suo corpo, il suo odore, il suo battito. Spessissimo la ragione del pianto di un neonato è la solitudine che prova e il disperato senso di smarrimento che vive quando la sua mamma è lontana. 

La soluzione, in questo caso è semplicissima: il piccolo si calmerà quando ritroverà la sua mamma e sta tranquillo e sicuro tra le sue braccia.

 

La fascia porta bebè: uno strumento per prevenire e calmare il pianto

Molti genitori che sperimentano la fascia scoprono, con l’esperienza, che il loro piccolo si calma facilmente in fascia e che diventa meno irritabile. Per queste ragioni la fascia, nel tempo, è stata definita come “uno strumento magico”. In effetti quello che questi genitori e i loro bambini sperimentano sembra avere degli aspetti magici, poco spiegabili.

Di fatto la fascia porta bebè consente al piccolo di vivere un tempo di solito prolungato sul corpo di chi si prende cura di lui. Il contatto con il corpo accogliente dell’adulto lo rassicura e la fascia gli offre un’esperienza di contenimento simile a quella vissuta nell’utero. Questi forti elementi di continuità con l’esperienza uterina lo calmano e, in generale, prevengono, momenti di disagio e fatica.

Ecco il segreto della “magia” della fascia.
Un neonato portato in fascia frequentemente piangerà, quindi, meno rispetto ad un piccolo lasciato per molto tempo solo in uno degli svariati contenitori pensati per lui. Inoltre, il contatto e la vicinanza con il piccolo aiuterà anche la sua mamma ad essere più serena.

Foto1: © Jeff Tzu-chao Lin/imageBROKER/Corbis
Foto 2: © 2/Sylvain Cordier/Photodisc/Ocean/Corbis
Foto3: © Radius Images/Corbis
Foto4: © Mammarsupio 

Giochi da bambina o giochi da bambino? No, semplicemente giochi

02/12/2014  |  Spunti Educativi, Vita in Famiglia  |  No Comments  |  Share


Al parchetto: “questa è una cosa da bambine!”

Su una panchina del parchetto, due bambine di sette e otto anni giocano ad intrecciare braccialetti con gli elastici. Insieme a loro, impegnato e molto concentrato, c’è anche un bimbetto di cinque anni, che mentre “lavora” si racconta: gli piace intrecciare gli elastici, vedere cosa riesce a realizzare da solo e, infine, regalare il braccialetto … lo ha fatto proprio per il suo papà, con i colori della loro squadra del cuore.

Poco distante gioca un bambino, suo coetaneo, con le sue sorelline. Si avvicina alla panchina incuriosito da quello che stanno facendo questi altri bambini, subito seguito dalla mamma, anch’essa interessata. Questo bambino osserva il suo coetaneo intento nel lavoro e chiede se può insegnargli a fare un braccialetto bello come il suo, ma con i colori di un’altra squadra.

Probabilmente, se nessuno fosse intervenuto, in poco tempo i bambini avrebbero trovato il modo più efficace per insegnare all’ultimo venuto come realizzare il suo braccialetto e ciascuno di loro sarebbe tornato a casa con un’esperienza in più: saper fare una cosa nuova, aver saputo insegnare qualche cosa, aver condiviso con altri … 

Ma questo non si è potuto realizzare.

La mamma incuriosita, nel vedere il figlio chiedere agli altri bambini di essere aiutato a realizzare questo braccialetto ha prontamente esclamato: “Ma no, cosa fai! Questa è una cosa da bambine! Tu sei un maschio: devi giocare con le macchine, i robot e le pistole!”.
Le altre mamme presenti hanno provato portare altre argomentazioni, ma sono valse ben poco agli occhi di quel bimbo, che si è allontanato e, preso un ramo secco da terra, si è messo a giocare al soldato.

Giochi da bambina e giochi da bambino

Ma esistono davvero giochi esclusivi per le bambine e giochi esclusivi per i bambini? Il gioco può e deve avere caratteristiche diversificate in base al genere?

Se partiamo dal punto di vista di questa mamma, sembrerebbe di si.
I giochi non sono tutti uguali e ci sono alcuni giochi che proprio non si addicono ad un maschio e, presumibilmente potremmo dedurre anche il contrario: ci sono giochi che non vanno bene per una bambina.
Sicuramente in molti non condividono questa presa di posizione così netta ed esplicita, soprattutto perché il commento di questa mamma è stato generato da un’attività che ai più potrebbe sembrare neutra, come realizzare qualche cosa con le proprie mani.

Però forse, in molti di più approverebbero le idee di questa mamma, estendendole ad altri giochi. Probabilmente non molti genitori accetterebbero di buon grado che il proprio bimbo, maschio, giocasse con le bambole o i pentolini o che la propria bimba, femmina, giocasse con macchinine, trattori e camion.

E se lo accettassimo, però raramente penseremmo di regalare di proposito una bambola ad un maschietto o una macchinina ad una bambina.


Semplicemente … il gioco

L’idea che esistano dei giochi e dei giocattoli per le bambine e dei giochi per bambini è diffusa e spesso guida le nostre scelte educative e genitoriali.
Sicuramente in larga parte è indotta dalle regole del mercato. I giocattoli in vendita sono spesso connotati in maniera precisa: i colori, le grafiche, le foto e le pubblicità che li accompagnano.
Questa logica stravolge spesso anche i giocattoli e i prodotti più trasversali. Anche tricicli, pattini a rotelle, biciclette sono venduti in versioni spiccatamente femminili o maschili. C’è una logica commerciale precisa sotto questa strategia, che amplifica i desideri e quindi anche i consumi. In più un gioco connotato al maschile o al femminile è più difficile da passare tra fratelli e amici.

Questa convinzione ha però anche delle radici e delle motivazioni culturali più profonde, legate al fatto che si ha l’idea che il gioco dei bambini debba proporre dei modelli di genere ai quali possano ispirarsi e, alle volte, uniformarsi.

Sicuramente nel gioco si vivono una serie di elementi legati all’identità di genere, ma il gioco è e rimane lo spazio privilegiato per il bambino (e poi anche per l’adulto) per vivere ed rielaborare la realtà in modo creativo.
In quest’ottica la questione di genere non è quindi prioritaria, mentre assume molto più valore la possibilità di sperimentare se stessi e le proprie abilità al di fuori e al di sopra di schemi preconfezionati e imposti.

I giocattoli che favoriscono il gioco

Nei giorni scorsi ha fatto il giro del web la foto di un foglio allegato ad una confezione di Lego degli anni ’70 che invitava i genitori a riflettere sul bisogno fortissimo, sia dei bambini che delle bambine, di creare e di costruire a partire dalla propria fantasia e immaginazione. La lettera si conclude con questa esortazione:La cosa più importante è mettere nelle loro mani il materiale giusto e lasciarli creare ciò che li affascina . 

E’ questa la questione centrale: offrire, a partire da quando sono piccolini, il “materiale giusto” ai bambini, affinché loro, con la fantasia e la creatività, li trasformino nel e attraverso il gioco.
Il “materiale giusto” spesso è un oggetto semplice, di uso quotidiano, ma scelto perchè adatto per dimensioni, forme, colori, alle mani e agli occhi dei bambini; oppure spesso è un buon giocattolo, semplice e sobrio nelle linee e poco strutturato.

Per giocare non servono giocattoli iper-strutturati e molto costosi!
I bambini giocano meglio con cose semplici, quotidiane, ma che permettono loro di essere i veri protagonisti dell’azione e che, proprio per la loro semplicità si prestano ai mille usi che la fantasia suggerisce.

Se è vero che l’offerta sul mercato è spesso connotata, agli educatori e ai genitori rimane la possibilità di scegliere e orientare le proprie scelte, sostenendo, nel proprio piccolo, un nuovo orientamento culturale più rispettoso dei piccoli e del loro futuro.

Regali per neonati: qualche idea bella, etica ed utile per Natale!

Natale si avvicina e anche nei gruppi di mamme che incontriamo si parla spesso di regali per il neonato. Regali da fare ai piccoli degli amici, ma soprattutto, regali da farsi fare: cosa rispondere ai vari parenti ed amici che chiedono quale regalo fare al piccolo neo arrivato, possibilmente utile, bello e magari anche etico?

La risposta in effetti è tutt’altro che scontata.
Si vive in appartamenti sempre più piccoli e spesso si ha già moltissimo di quello che occorre ad un neonato nel suo primo anno di vita. Il rischio che si corre a Natale, come nei compleanni dei bambini, è quello di venire invasi di oggetti, più o meno utili, spesso ingombranti, dei quali ci si accorge ben presto piccoli e grandi potevano davvero fare a meno.

La domanda “che regalo per un neonato?”, porta con sé un’altra domanda, più profonda: “ma di che cosa ha davvero bisogno un neonato?”
Questa domanda potrebbe aiutare a consigliare gli amci e dirottare le loro scelte verso doni almeno apprezzati, perchè davvero necessari o almeno belli. 

Allora ecco qualche idea e consiglio per un regalo davvero speciale.

Ti regalo un’occasione

Un piccolo appena nato ha pochissimi bisogni, perchè di fatto ha bisogno della sua mamma e del suo papà: sono loro, con la loro presenza, calda e rassicurante che lo fanno stare bene.

Un dono bellissimo per lui e i suoi genitori potrebbe essere regalare un’occasione in cui la nuova famiglia possa vivere del tempo insieme: una breve vacanza o un week end rilassante, magari mettendo a disposizione una casa al mare o in montagna, oppure una giornata fuori porta in mezzo alla natura.

Un’altra idea originale è quella di regalare un’esperienza speciale che mamma o papà e piccolo possano condividere. Ci sono ormai diversissime proposte di corsi e laboratori anche per i piccolissimi, che trattano svariati temi. Come scegliere? Sicuramente saranno apprezzati tutti quei corsi e laboratori che propongono a piccoli e grandi un’occasione per stare insieme con calma, serenità e rispetto come i corsi di massaggio infantile o di acquaticità.

Ti regalo un oggetto utile

Un neonato non ha bisogni di molte cose, ma spesso si preferisce regalare un oggetto: allora meglio scegliere, tra i tanti, oggetti utili e magari anche etici.

Un regalo utile e sempre apprezzato sono i vestitini. I cambi giornalieri con un piccolo non si contano. Il consiglio è sempre quello di andare all’essenza: piuttosto che il vestitino griffato che riesce ad usare due/tre volte al massimo, la neo mamma di solito apprezza una buona fornitura di body e di abitini comodi e pratici, da usare tutti i giorni e che non temano la lavatrice e magari in cotone biologico.

Un’altra idea per un regalo speciale per un neonato è il dono di una fascia o di un altro supporto per portare. In questo modo si sceglie un oggetto, una fascia lunga ad esempio, che rimanda e parla di un modo di prendersi cura del piccolo attento e rispettoso.

E se si è in confidenza: una scorta di pannolini! Non sarà un regalo ricercato, ma per un neonato è davvero indispensabile. Anche qui si può scegliere, preferendo pannolini ecologici che rispettano meglio il benessere del piccolo e sono meno nocivi sull’ambiente.
 

Ti regalo un dono etico

Regali per i neonati altrettanto belli e originali sono quelli che consentono di donare loro un simbolo, un oggetto che rimandi ad altro, che sia segno di un qualcosa di grande.
Diverse onlus propongono oggetti di questo tipo a sostegno dei loro progetti sociali.

Per un neonato è bello scegliere qualche cosa che si avvicini al momento particolare della vita della sua famiglia, magari a diretto sostegno di altri bambini e famiglie.

Oppure qualcosa che parli del futuro possibile per le persone o anche per l’ambiente; o che sia uno stimolo per la famiglia ad allargare lo sguardo e aprirsi al mondo.

Foto © Kimberly L. Photography.

Mamma mi porti con te?

17/11/2014  |  Portare, Prematuri  |  No Comments  |  Share


Oggi, 17 novembre, si festeggia nel mondo la Giornata del Bambino Pretermine.
Vogliamo ricordare questa ricorrenza condividendo le parole di Chiara, mamma del piccolo Riccardo, che abbiamo incontrato negli scorsi mesi in una delle 10 terapie intensive neonatali nelle quali è attivo il progetto Un abbraccio che fa crescere, a sostegno proprio dei piccoli prematuri e delle loro famiglie.

Per tanto tempo, e a volte ancora adesso, mi sono sentita una mamma catapultata nella realtà, non volevo crederci, il mio desiderio, il mio sogno, le mie aspettative pesavano meno di 1 kg di zucchero… 

L’unica cosa che potevo fare era aggrapparmi a lui e alla sua forza di vivere, alla sua tenacia e alla suo coraggio. Lo vedevo così fragile e non reale… Riccardo, cuor di leone (mai nome più indovinato), era lì davanti a me e li voleva restare, andando contro tutti i pronostici negativi.

Sono stati tre mesi difficili, complicati, pesanti e strazianti, ma sono serviti per farmi portare a casa il mio bambino!
Ogni giorno entravo in reparto di terapia intensiva in punta di piedi, lasciavo i miei pensieri negativi e le facce nere in macchina, il mio bimbo non poteva conoscermi così… Un bel sospiro e via, andiamo dal mio guerriero!
Anche se non lo nego, a volte la negatività prendeva il sopravvento e milioni di lacrime scendevano sole, senza guida…

Un giorno come tanti dei 107 trascorsi in ospedale arriva una proposta: “Lo mettiamo in fascia?” In fascia? Cos’è? Mi sembrava una cosa così strana, io volevo stare solo con il mio bambino senza troppi giri di parole o interferenze, ma mi sono fatta convincere, proviamo…
Ecco che srotolano davanti a me 5 metri di soffice stoffa, prendo tra le braccia il mio ometto e lo appoggio su di me, un’infermiera mi avvolge con la fascia e ci ritroviamo un tutt’uno, insieme come non eravamo mai stati e come volevo e voleva stare.

Riccardo tira su la testolina, mi guarda, fa un sospirone e si lascia andare in un sonno profondo, era il suo modo per dirmi che stava bene, che gli piaceva.
Che buon profumo… Ho pensato sprofondando il mio naso su di lui. Riccardo ha appoggiato la sua testolina sul mio petto, sul mio cuore, sotto il mio naso, e si è lasciato abbracciare dalla fascia e dalle mie mani.
Era la prima volta che lo accarezzavo con entrambe perché non ero “impegnata” a sostenerlo, che bello, che sensazione di libertà!

Da quel primo appuntamento con la fascia ne sono seguiti molti altri, tutti positivi, non avere il pensiero o la preoccupazione di tenerlo in braccio mi lasciava libera di coccolarlo, conoscerlo e a volte anche dormire!

Ancora oggi, a distanza di 6 mesi dalla prima, la storia si ripete, lo prendo, lo metto sul mio petto, sul mio cuore, sotto il mio naso, e lo porto con me, Riccardo tira su la testolina, mi guarda, fa un sospirone e si addormenta, solo che la testa non ciondola più e gli occhi sono più sereni.

In questo modo oggi scopriamo il mondo,andiamo a passeggio, a fare la spesa, in vacanza… e mentre dorme a volte sorride, e io penso che sia il suo modo per dirmi grazie, grazie per portarmi con te!

Chiara, mamma di Riccardo

 

Pancia a pancia, cuore a cuore

31/10/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

La nostra pancia è un luogo intimo del nostro corpo: lo proteggiamo e lasciamo che la tocchino solo persone con le quali siamo in intimità.
La pancia è un luogo che le donne riscoprono e scoprono in modo davvero unico e diverso durante la gravidanza. Tutta la magia, in questo periodo, avviene lì.
Il gesto istintivo, in seguito, con un neonato, è quello di portarlo a sé, di stringerlo a sé. E la magia si ricompie: il piccolo se lasciato pancia a pancia con la propria mamma di solito si rasserena e si calma.

La posizione pancia a pancia è una delle tre posizioni base del babywearing, ovvero del portare il piccolo con dei supporti. E’ una posizione che si basa su un’intesa comunicazione corporea reciproca tra chi porta e chi è portato e per questo motivo risulta essere molto apprezzata.
La mamma e il piccolo riescono in parte a rivivere alcune condizioni della vita uterina, cosa che spesso piace ad entrambi e rassicura. Inoltre, è molto gradita anche dai papà, che sperimentano in modo inedito sensazioni ed esperienze molto forti con i loro piccoli, che consentono loro di conoscersi in un modo speciale.
Però, proprio per gli stessi motivi di forte coinvolgimento e di intimità, questa posizione potrebbe essere invece vissuta in modo poco piacevole sia da adulti che da piccoli che faticano a stare in legami e situazioni molto coinvolgenti.

La posizione pancia a pancia, inoltre, permette un contatto visivo reciproco ottimale. Questo è un modo di portare che nasce con l’introduzione del portare, come pratica di cura, in società come la nostra, dove questa pratica si era persa. Infatti, in altre parti del mondo anche bambini molto piccoli vengono portati sul fianco o sulla schiena.

Si può portare in questa posizione con diversi supporti di tipo ergonomico: fasce lunghe, mei tai, mersupi ergonomici. Al di là del supporto scelto, il bambino deve essere portato, “alto”, con il sederino nella zona dell’ombelico di chi porta, e quindi la testolina ad altezza “di bacio”. Il supporto scelto deve permettere di scaricare il peso in modo ottimale sul corpo di chi porta. Questa posizione si realizza al meglio, con un neonato, con una fascia lunga di buona qualità.

Il bambino può essere portato in questa posizione dalla nascita, con la consapevolezza che la fascia è e rimane sempre un surrogato delle braccia materne: quindi, se possiamo goderci tra le braccia il nostro piccolo, meglio ancora!

Non c’è un termine preciso , raggiunto il quale occorre abbandonare questa posizione; spesso però o il piccolo, o chi porta, iniziano a voler sperimentare anche altre posizioni. Questo è un passaggio abbastanza fisiologico a livello relazionale, proprio perchè, per via dei significati legati a questo modo di portare, è una posizione molto connessa al desiderio di vivere la simbiosi, e questo desiderio lascia ad un certo punto lo spazio ad altri.
L’unica cosa certa è che rimarrà per il vostro piccolo un’esperienza unica, un dono, che magari, in alcune circostanze particolari (malessere, tristezza, stanchezza) vi chiederà di poter rivivere anche già grandino!

Foto © Mammarsupio

Portare in inverno

28/10/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Negli incontri sul portare si affrontano spesso domande “stagionali”: in questo periodo, una delle domande frequenti delle mamme è se si può portare in inverno e come è meglio fare.
La percezione è che lo stare a contatto con il proprio piccolo in fascia sia reso molto complicato dal freddo e dal brutto tempo, come se il portare fosse una pratica adatta alla sola estate.

Per i bambini più piccoli, sotto i 4/5 mesi, si consiglia di portare sotto la propria giacca La ragione di questa indicazione sta nel fatto che il portare non è tanto un modo di trasportare i più piccoli, ma un modo di stare insieme e di conoscersi. Mettere tra i due corpi più strati di tessuto e imbottiture non è l’ideale, soprattutto con i bambini più piccoli, quando la relazione è tutta da costruire e il dialogo tonico è fondamentale per imparare a stare bene insieme.

Questa soluzione non solo risponde in modo ottimale ai bisogni sia del piccolo sia di chi porta, ma soprattutto si rivela una soluzione pratica e comoda.
In questo modo chi porta riesce a controllare meglio la temperatura del piccolo portato perchè può svestirsi e vestirsi in comodità in base al luogo dove si trova.

In commercio si trovano diverse giacche, più o meno pesanti, che permettono di portare il piccolo.
Come Mammarsupio abbiamo collaborato con una piccola realtà torinese di moda sostenibile ed etica, Quagga, per realizzare un parka multifunzionale, lo IOPI, che potesse accompagnare la donna prima, durante e dopo la gravidanza.
Un pratico tool può essere usato prima per usare la giacca durante la gravidanza e poi per portare il piccolo al riparo dal freddo invernale. E quando il piccolo cresce, o nei momenti in cui non sta in fascia, il tool si stacca comodamente e la giacca rimane una bel capo tecnico slim fit.

Quando i piccoli crescono poi si può scegliere in base alle nuove esigenze che si presentano.
Si possono continuare a portare sotto la propria giacca, oppure gradualmente vestirli. In questo passaggio è sempre buona cosa farsi guidare dalla praticità. Se il piccolo, ormai cresciuto, viene portato per un po’, ma poi preferisce scendere e sperimentare i primi passi in autonomia, è sicuramente più pratico che abbia una sua giacca che gli consenta di stare al caldo in entrambe le situazioni.

In altre situazioni, invece, sarà ancora comodo portarlo sotto la propria giacca e spogliarsi con facilità insieme quando dall’esterno si passa in un luogo chiuso e caldo.

Foto © Mammarsupio: giacca Iaki di Quagga e Mammarsupio; cappellino Mammarsupio

 

Il portare: un’avventura da condividere

09/10/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Condividi l’avventura! (Share the adventure!): questo il motto scelto dagli organizzatori della Settimana Internazionale dedicata al Babywearing, ovvero, detto all’italiana, del Portare. In questo slogan sono sintetizzati due aspetti fondamentali legati a questo particolare e unico modo di prendersi cura dei piccoli.

Il primo: il portare può e dovrebbe essere un’avventura.
Questo è vero per i genitori che vivono in quei luoghi nel mondo in cui questa antica pratica si è persa nei secoli, con il crescere dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione.
Questi genitori, oggi, scoprono quindi il portare quasi da zero, senza una cultura condivisa alle spalle. Tutt’altro, con alle spalle e nelle orecchie teorie e credenze che propongono pratiche diverse se non opposte.

Per questi genitori, quindi, scegliere di portare il proprio piccolo può rivelarsi un’avventura non scontata e ricca di emozioni e doni inattesi.
E mentre si porta ci si accorge che questo gesto non si esaurisce in se stesso, in un modo comodo di trasportare oppure in un metodo infallibile per calmare un neonato. No, mentre si porta il proprio piccolo, si scopre che il portare è un segno, è un gesto che aiuta a vivere una relazione autentica con il proprio bambino, perchè facilita la comunicazione, verbale e non, e lo stare insieme.
Si impara a conoscersi e, insieme, si cresce, nel rispetto e nell’ascolto.

Quindi, il significato di avventura si amplia. L’avventura non è solo quella di scoprire, quasi come pionieri, una pratica ormai perduta. L’avventura è quella che si vive portando: è l’avventura di crescere insieme!

Il secondo aspetto su cui pone l’accento questo slogan è il condividere.
E’ un aspetto centrale nella pratica del portare, che è stato centrale anche nel nostro impegno di cooperativa in tutti questi anni.
Proprio perchè viviamo in una cultura che non ha saputo tramandare fino ad oggi questo modo di prendersi cura dei piccoli, abbiamo assolutamente bisogno che si crei condivisione attorno a questa pratica e a questo tema. Una condivisione che spesso si crea da mamma a mamma, da famiglia a famiglia, oltre che grazie all’impegno di diverse realtà anche in Italia.

Noi, nel nostro piccolo, è quello che in questi anni abbiamo cercato di portare avanti
Attraverso il progetto Mammarsupio, abbiamo contribuito a rendere accessibili i supporti non strutturati in Italia, coniugando il bisogno delle famiglie di averli a disposizione con un forte impegno etico e sociale che ci ha portato a produrre le prime fasce lunghe a filiera etica italiana.
Avere a disposizione questo strumento ci ha spinto a potenziare e ampliare il lavoro a sostegno della genitorialità, all’interno del quale il tema del portare ha sempre avuto un ruolo centrale.

Infine, abbiamo scelto di condividere questa avventura anche con gli operatori del settore materno infantile che incontravamo attraverso sessioni formative dedicate e progetti specifici direttamente nelle strutture ospedaliere, convinte che un operatore formato è il miglior sostegno che si possa offrire al maggior numero di famiglie.

In tutto questo nostro lavoro abbiamo dedicato un’attenzione particolare ai piccoli prematuri e alle loro famiglie, sia rendendo disponibile per loro uno strumento pensato ad hoc, la fascia lunga Bio soft, sia attraverso un progetto specificoall’interno dei reparti di Terapia Intensiva Neonatale.

Questo impegno è stato sostenuto, nel tempo, dalle tante persone (genitori, piccoli, operatori, persone sensibili) che abbiamo incontrato e ci hanno spronato e aiutato a migliorare. Cogliamo, quindi, questa occasione per ringraziare tutti, per ringraziarvi tutti, e continuare con sempre nuovo entusiasmo questo impegno nel condividere questa meravigliosa avventura.

Foto © Mammarsupio: giacche MammaHunzi

Ma quanto sono belli i piedini che scoprono il mondo!

Ore 15.45 di un normale giorno infrasettimanale.
Fuori da una scuola dell’infanza qualunque, tra la folla di mamme, papà, nonne, tate che aspettano, ecco che si possono scorgere diversi passeggini vuoti. Questi potenti mezzi, dai più accessoriati a quelli extralight, sono lì, vuoti, in attesa che il piccolo proprietario esca di scuola.
Un passante qualunque potrebbe non dar peso alla cosa, non farci neanche caso.
Se si osserva attentamente però si scopre, ad uscita avvenuta, che questi potenti e onnipresenti veicoli aspettano non solo piccoli bimbetti che abitano lontano, ma spesso, molto spesso, bambini di tre, quattro e purtroppo anche cinque anni.

L’immagine diventa a tratti surreale: bambine e bambini magari con il 30 di piede che si accoccolano sull’amato mezzo.
Se si chiede, poi, si scopre che il piccolo passeggero non è trasportato in quel modo perchè deve fare un tragitto di mezz’ora per raggiungere casa. No, il passeggino c’è perchè altrimenti, dichiarazione unanime, “non cammina!”.
E a poco vale la motivazione aggiuntiva di scarpe tecniche nuove fiammanti o di lucine che si accendono ad ogni passo.

Invece, portare un piccolo di qualche mese è spesso una pratica di cura criticata e malvista.
L’idea che sta dietro a questo rifiuto è spesso quella di avere al più presto bambini indipendenti.

Giustapponendo queste due situazioni, appare un quadro davvero contrastante sulle pratiche educative che proponiamo alle nuove generazioni: i piccoli non si portano perchè, altrimenti, crescono viziati, ma un grandicello di 4 o 5 anni può ben stare sul passeggino perchè stanco.

Forse, come educatori e come genitori, dovremmo avere più coraggio e togliere la maschera alle idee che spesso sostengono queste pratiche.
Dietro al non portare un piccolo, ma continuare a trasportare un grande, non c’è tanto l’idea del rispetto del bambino e del crescerlo indipendente.
Tutt’altro, dietro a queste pratiche opposte c’è purtroppo solo l’idea che un bambino debba dare il meno fastidio e far fare meno fatica possibile a chi si occupa di lui.

Come genitori occorre consapevolezza e cercare, ogni giorno, di costruire possibili equilibri tra i tempi stretti della quotidianità, la fretta di noi adulti e la lentezza dei piccoli che esigono i loro tempi.

Questa fatica verrà ricompensata prima di tutto dal solo camminare insieme.
Camminando, fisicamente, passo dopo passo insieme, si impara a gustare piccole cose che possono trasformarsi ai nostri occhi e a quelli ancora magici dei piccoli in doni preziosi: il canto di uccellino, la brezza calda sul collo, il gioco delle ombre e la carezza della pioggia… e tutto questo non solo al mare o in montagna, ma anche a Milano!
Ma sopratutto ci si accorgerà insieme, grandi e piccoli, di quanto siano belli questi piedini che scoprono il mondo, passo dopo passo.

Foto © Le4m

A portata di bacio: portare in sicurezza

22/09/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Il tema della sicurezza del portare i piccoli è spesso dibattuto e oggetto di molte domande da parte dei genitori. In generale i dubbi su questo tema accompagnano i primi interessi rispetto a questa pratica e le curiosità spesso si infittiscono attorno ai supporti non strutturati, come la fascia lunga.
Infatti, proprio il suo essere destrutturato e poco conosciuto, fa si che strumento desti qualche perplessità iniziale.

Portare un bambino, grande o piccolo, con una fascia o un meitai può essere più confortevole e più sicuro che portarlo in braccio.
Le accortezze che bisogna tenere sono semplici.

Quando si porta un bambino il suo volto deve essere visibile e scoperto, il mento non deve appoggiare contro il suo petto per evitare il rischio di affaticamento respiratorio. Inoltre, il supporto vi deve permettere di portare il bambino rispettando le caratteristiche particolari della sua schiena e delle anche.

Anche se vi sentite a vostro agio, la fascia non può sostituire le norme di sicurezza: non si può portare un bambino nella fascia in macchina, nè in bicicletta, motorino o sugli sci. Insomma, usate testa e buon senso!
Quando si porta un bambino sulla schiena, ricordatevi poi, di fare attenzione al suo campo d’azione: più è grande più sarà in grado di afferrare oggetti su mensole e scaffali dietro di voi.

Mentre si porta un bambino bisogna pensare che lui percepisce tutti i movimenti di chi porta, sia in positivo che in negativo. Evitate, quindi, di saltare, correre e fare movimenti bruschi.
Con un bambino portato in fascia sul davanti è meglio evitare di avvicinarsi ai fornelli o pentole bollenti.

Il bambino va portato “alto e a contatto”, ovvero a portata di bacio.
Questo significa che tra il bambino e chi porta non deve esserci spazio: tra i due corpi si dovrebbe poter infilare a fatica una mano. In questo modo il baricentro dei due corpi è unico.
La testa del bambino deve essere all’altezza della metà dello sterno di chi porta, appena sotto il mento e il sedere del bambino deve essere sempre nella zona dell’ombelico di chi lo porta: così starà a portata di bacio!
Quando il bambino diventa troppo grande per rispettare questa indicazione è meglio portare il bambino sulla schiena.

Foto © Ptacinsky