Portare troppo poco o portare troppo: il babywearing e la questione tempo

01/04/2015  |  Portare, Primo Anno, Spunti Educativi  |  No Comments  |  Share

La questione del tempo si affaccia sin da subito nell’approccio al babywearing.
Spesso le mamme in gravidanza o con i piccolissimi si chiedono per quanto tempo al giorno si possa o si debba portare. Inoltre, soprattutto pensando al singolo supporto, ci si chiede quanto a lungo nella vita del nostro piccolino lo si possa portare.
Sono domande che rinviano a dubbi e, alle volte, timori, rispetto alla salute del bambino e alla sua crescita. Proprio per questa ragione sono domande tutt’altro che scontate o secondarie, alle quali occorre offrire una risposta che vada a toccare le questioni profonde legate ad esse e non si limiti ad una prescrizione generale e generalista.


Ritornare al senso del babywearing

Riflettendo con i genitori sulle piccole e grandi domande legate al loro ruolo, siamo solite affrontare la singola questione inquadrandola in un orizzonte di senso più ampio. Così è per i temi e le questioni legate al babywearing, e quindi, anche per questa relativa alla dimensione del tempo.

Una risposta che non risulti solamente prescrittiva, nasce dal riconsiderare e riflettere sul senso di questa pratica di cura.
Il babywearing è un modo di prendersi cura dei piccoli, sin dai primi momenti della loro vita, di conoscerli intimamente e di costruire una relazione profonda con loro, rispettosa e in ascolto dei loro bisogni più profondi. E’ un modo di prendersi cura di loro che riesce a conciliare i loro bisogni con le esigenze e i bisogni della mamma, per questo è una modalità considerata sia piacevole, che comoda. E’ un modo antico, che ci trasmette una sapienza maturata in tutte le culture e in tutte le epoche della storia umana.

Tutti questi aspetti positivi, però non devono farci correre il rischio di assolutizzare questa pratica, che rimane una delle modalità attraverso cui prendersi cura dei piccoli. Una modalità comoda e pratica, ma che non deve assolutamente diventare la cartina torna sole attraverso la quale si “valuta” o si “giudica” uno stile genitoriale.
Serve operare questo distinguo sopratutto ora, in un momento in cui il portare e i supporti che lo permettono sono piuttosto conosciuti e questa pratica si sta diffondendo, per cercare di offrire a tutti i genitori, sia quelli appassionati di questa tecnica sia ai neofiti e anche ai solo curiosi, un quadro di riferimento non soffocante e davvero basato sull’empowerment.

Quindi, ammesso che esista il prototipo del buono e del cattivo genitore, non è che se porto sono bravo e se non porto non sono un genitore attento. Il centro non deve essere la pratica in sé, ma l’obiettivo che la pratica ha, ovvero la cura e l’ascolto del piccolo.
Quindi, potrei essere una mamma “sufficientemente buona”, per dirla con le parole di Winnicott, anche se scelgo di non portare perchè in ascolto attento e rispettoso del mio piccolino. Al contrario, non è che la pratica del portare in automatico mi renda una brava mamma, se il fuoco della mia attenzione si sposta dal senso di questo gesto alla sola tecnica o alla sola opportunità di rispondere ai miei bisogni. 

E’, come in tutti gli aspetti legati alla relazione educativa, questione di equilibrio; un equilibrio, mai dato una volta per tutte, ma in continua ridefinizione, perchè i bambini crescono e noi con loro.

Il babywearing e il tempo giusto

In questo orizzonte di senso, quindi le domande sul tempo e il babywearing assumono un diverso spessore, possono attingere alle profondità della questione e del senso di essa.
Proviamo, quindi, a rispondere alle domande più comune su questo tema:

  • Quanto si deve portare un bambino?”
    Il verbo “dovere” non si coniuga con il verbo “portare”. Non si portare perchè lo si “deve fare” e non si “deve” portare. Ogni indicazione che va in questa direzione, sia che prescriva questa pratica come ingrediente essenziale per una buona genitorialità, sia che entri nel dettaglio del tempo prescrivendo ritmi e tempistica di questa azione, è ingannevole. Si porta perchè si ha piacere di farlo, si porta perchè serve in quel momento al piccolino e alle volte perchè questo semplifica la vita alle mamme. Ma in nessun caso è, o deve diventare, un dovere.
    Poi i genitori che portano sanno che questa pratica di cura e efficace e funzionale, e quindi incredibilmente utile, ma non è un dovere e se proprio uno non la sente sua, pazienza, trovi altri modi per stare bene con il suo piccolo e rispondere ai suoi bisogni.

  • Per quanto tempo al giorno posso portare il mio bambino?”
    Non c’è e non ci può essere una misura quantificabile e valida per tutti. La misura è data dalla relazione e dalla relazione presa in quel preciso momento e in quel preciso contesto.
    Con i bambini di pochi mesi ci sono giorni e occasioni in cui si porta a lungo, anche diverse ore nella giornata, perchè il piccolo lo richiede oppure perchè tenerlo addosso è una modalità che soddisfa le esigenze della mamma. Ci sono, invece, giorni che si porta meno, perchè si trovano altre modalità di stare insieme, modalità che in quell’occasione soddisfano comunque e alle volte meglio i bisogni sia del piccolo sia di chi si prende cura di lui. Occorre pazienza e disponibilità di ascolto, e poi l’equilibrio lo si trova.

  • Fino a quando posso portare il mio bambino?”
    Anche in questo caso non c’è e non ci può essere un limite valido per tutti, ma chiunque sceglie di portare i propri piccoli vive alcuni fasi simili, perchè sono date dalla crescita e dalla naturale spinta all’autonomia dei bambini.
    Nei primi anni di vita, lo sviluppo del bambino è incredibilmente rapido e porta il piccolino da essere poco più che inerme e totalmente dipendente a un piccolo in grado di muoversi, parlare, esprimersi. All’inizio al neonato basta la sua mamma, è lei che è il suo mondo. Poi, progressivamente, si sviluppano in lui le capacità e il desiderio di scoprire ciò che lo circonda e questo mondo allarga i suoi confini.
    Il portare, come modalità di cura attenta e rispettosa, non può che non seguire questo naturale sviluppo e sostenerlo. Le progressive spinte all’autonomia cambieranno il portare e di riflesso anche la modalità e la tempistica.
    Se all’inizio il portare favorisce la simbiosi tra la mamma e il piccolino, progressivamente deve divenire anche uno dei modi attraverso il quale il piccolo allarga i confini e scopre il mondo che lo circonda. Ricordandosi sempre, che non può essere l’unico modo, e che quindi andranno favorite anche altre esperienze di esplorazione in cui il piccolo possa sperimentarsi in modo autonomo.

Diventare genitori è un’avventura emozionante che richiede pazienza e responsabilità. Il portare è una di quelle modalità che ci può permettere di vivere bene il nostro rapporto con i piccoli, se vissuta in equilibrio e attenzione.

Non si può portare “troppo poco”, questa cosa ha poco senso, potremmo anche scegliere che il babywearing non fa per noi. L’importante non è la tecnica o la pratica in sé, ma la qualità della relazione che riusciamo a creare con i nostri piccoli.

Si potrebbe, invece, “portare troppo”. E’ un rischio non molto diffuso, ma potrebbe accadere, quando si perde di vista il senso della pratica e usiamo questa tecnica non per porci in ascolto dei piccoli. Potrebbe accadere tutte quelle volte che il portare diventa solo un modo di far prima, di non accettare i tempi lunghi e il procedere per prove ed errore dei piccolini.: in questo caso passeggino, ciuccio o fascia allora non sono strumenti molto differenti perché attraverso essi ci sostituiamo ai piccoli.

Foto 1: © Calori; Foto 2: © Ptacinsky; Foto 3: © Calori

Pediatri, altri esperti e genitori: quale aiuto serve davvero?

… per i genitori alle prese con i primi due, tre anni di vita non c’è che il ricorso all’esperto:
-
Rinuncio ad osservare e a capire, salvo ricorrere al pediatra-
(che però è solitamente impreparato sul piano pedagogico, salve vistose eccezioni).
I genitori sanno certo più di lui circa il loro bambino,
ma persi nel labirinto del
-Non capisco-,
rinunciano ad interpretare e a rispondere ai suoi segnali.”
Grazia Honegger Fresco,


Apriamo questa riflessione con questa citazione di Grazia Honegger Fresco (Accogliere un bambino, Meridiana, pagina 18). Chiariamo subito che il suo intento, e il nostro, non è di sferrare una critica ai pediatri o a nessuno degli esperti che, a diverso titolo, si propongono ai genitori e li accompagnano durante i primi anni di vita dei loro piccoli.
La riflessione non vuole tanto essere su chi offre aiuto, ma centrarsi su chi lo chiede, ovvero i genitori.

Diventare genitori e il bisogno di un parere esperto

Diventare genitori è un’avventura. Il piccolo nasce “senza libretto di istruzioni” e sembra davvero difficile, se non impossibile, capire come sopravvivere a questo nuovo compito, che stravolge e coinvolge l’intera nostra identità di adulti e ci trasforma, in pochissime mosse ance in una mamma o in un papà.

Questa cosa assume spesso contorni un po’ paradossali.
La maggior parte delle coppie arriva alla genitorialità con una scelta precisa a monte: moltissimi dei bambini che nascono oggi, in Italia, sono bambini desiderati, profondamente attesi, alle volte perfino programmati. Accanto a loro ci sono dei genitori sempre più maturi a causa dell’innalzamento dell’età media in cui si sceglie di avere figli.
Genitori che si informano: specialisti in carne ed ossa o sul web, libri a tema, trasmissioni televisive, reality, …. Sin dagli inizi della gravidanza si consulta tutto, si legge tutto, si carpiscono informazioni usando i più disparati canali.
Eppure, nonostante questa quantità di informazioni a disposizione, chi lavora sul campo conferma che è crescente lo smarrimento dei genitori davanti al loro piccolo e, quindi, è crescente il bisogno di un parere esperto.

Qualche consiglio su come scegliere un esperto e perchè

Avere a che fare con un piccolino è davvero un compito molto impegnativo e, soprattutto se siamo alla prima esperienza, tante piccole e grandi cose creano preoccupazione e, alle volte, ci si sente incapaci di affrontarle.
Ecco allora un piccolo vademecum, pensato per i genitori, per aiutarli ad affrontare queste sfide genitoriali che confondono:

  • Il vero esperto che “conosce” il mio bambino, sono io!
    Sembra una cosa sconta da dire, eppure spesso non lo è e occorre ricordarsela. Il vero esperto che conosce, e che quindi sa del proprio piccolo, sono proprio io, la sua mamma, il suo papà! Occorre solo fare un po’ di pulizia mentale e non solo, per fermarsi ad osservare, vera e unica base del capire.Questo all’inizio può sembrare sciocco, ma è davvero la base, indispensabile per affrontare qualunque difficoltà. Osservando potremmo scoprire che la soluzione è semplice e a nostra portata. E se invece ci rendessimo conto che da soli, comunque, non riusciamo ad intravedere una buona strada, avremmo elementi sufficienti per confrontarci con qualcuno.
     
  • Non siamo su un’isola deserta: il confronto con l’altro è importante.
    Papà, nonni, tate, babysitter, amiche,…. Difficilmente ci si occupa di un piccolo completamente da soli, qualcun altro è presente nella vita e nella quotidianità del bambino, qualcuno che ci aiuta nella sua gestione e con il quale il bambino passa del tempo. Chiunque esso sia, può offrirci un punto di vista diverso sulla questione che ci impensierisce e offrici ulteriori elementi da aggiungere a quelli che abbiamo osservato noi.
    Il confronto arricchirà il quadro osservato e magari ci offrirà uno spunto per affrontare la situazione, e, come già detto nel primo step, se questo non fosse ancora possibile, almeno avremmo elementi ancora più dettagliati per rivolgerci ad un esperto.
  • Pediatri, psicologi, consulenti, doula, ostetriche, pedagogisti: a chi chiedere aiuto?
    Potrebbe accadere che se la situazione che vi preoccupa è complessa, o nel tempo si è complicata, e che quindi necessita davvero il ricorso ad un parere più esperto che ci offra qualche spunto per affrontare la situazione e magari risolvere anche il problema che si è presentato. Ma come scegliere l’esperto giusto? Già, poiché nessuno conosce tutto, ciascun esperto è tale nel suo campo, ma difficilmente può non esserlo in un altro.
    La prima cosa da considerare, dunque, è la natura della questione per la quale ci serve un aiuto. E’ un problema di salute? Allora il pediatra mi può aiutare. E’ un problema educativo? Non è materia del pediatra, ma di un bravo educatore o pedagogista. … E così via, cercando di cogliere non solo lo specifico del singolo esperto, ma anche come la pensa in merito ad alcune questioni: un pediatra che consiglia solo latte in polvere, difficilmente mi aiuterà se ho un problema di allattamento e desidero allattare al seno.
    La seconda cosa è tenere bene a mente che i due step precedenti non sono inutili: qualunque esperto ha bisogno, per offrirmi un consiglio e/o la soluzione al problema, del mio parere, di quanto ho osservato, di quanto ho sperimentato con il mio piccolino. Solo così si arriverà ad una soluzione adatta a me e al mio piccolo, una soluzione su misura!

Ma diventare genitori è davvero un’impresa così impossibile?
No, l’importante è non perdersi e non disperdersi nelle innumerevoli informazioni a portata di mano. Alle volte, la quantità di informazioni a disposizione al posto che rassicurare, confonde, e confonde alle volte anche in modo davvero profondo, fino a minare quelle capacità innate che ogni essere umano ha di prendersi cura di un altro, specie se piccolo e indifeso.
Facciamo leva su queste capacità e cerchiamo di avere fiducia in noi!

Foto 1: © Corbis_Holger-Winkler; Foto 2: © Le4M

Le bambole: molto piu’ che dei semplici giocattoli

05/03/2015  |  Spunti Educativi, Vita in Famiglia  |  No Comments  |  Share

Le bambole sono una delle icone del mondo dei giocattoli.
A una bambina, non appena riesce a stare seduta e a provare interesse per il mondo che la circonda, di solito viene donata una bambola, spesso di pezza, che diventa così uno dei suoi primi giocattoli.

La bambola è un giocattolo molto attraente, perché il suo viso che riproduce quello umano, è fonte di grande interesse anche per i piccolissimi, che spesso passano parecchio tempo a guardarla, oltre che iniziare a maneggiarla.
Superata questa fase, la bambina inizia con la sua bambola a ripetere ed imitare piccoli e semplici gesti di cura che la mamma di solito ha nei suoi confronti. E’ l’inizio del gioco di imitazione e di quello simbolico. All’inizio tale gioco è molto semplice, poi con il crescere delle competenze della bambina, questo gioco si struttura sempre di più, fino a dare vita a delle vere e proprie scene di vita quotidiana.

Le bambole, però, non sono solo giocattoli, ma delle vere compagne.
Infatti, soprattutto se morbide e gradevoli al tatto, diventano spesso quegli oggetti che sono scelti dai piccoli come oggetti transizionali. Il piccolo sceglie, tra gli oggetti che ha a disposizione, un oggetto che gli è particolarmente caro e che lo aiuta a calmarsi nei momenti faticosi e stressanti. Questo oggetto, detto appunto transizionale, è un oggetto che lo calma e lo rasserena perché segno e simbolo del legame con la mamma.
Se un piccolo sceglie una bambola, la sua bambola, come oggetto transizionale tale bambola diverrà quindi non solo un bel giocattolo, ma una vera e propria compagna di vita, indispensabile alleata per tutti quei momenti in cui sente di avere bisogno di conforto e di una presenza amica.

Le bambole sono solo un gioco da bambine?

Le bambole dai più sono considerate un giocattolo esclusivamente da bambine, ma se pensiamo che sono l’oggetto più usato e amato per i giochi simbolici e di imitazione relativi alla cura, sarebbe un peccato escludere da questo gioco i bambini maschi.
Anche loro infatti, soprattutto nei primi anni di vita fino ai sei-sette anni, amano molto ripetere nel gioco le azioni quotidiane che vivono, e spesso queste sono proprio relative al dare e ricevere gesti di cura ricevute sia dalla mamma che dal papà.

Una bambola, rappresenti essa un bambino o una bambina, può essere quindi un giocattolo non solo molto apprezzato dai maschietti, ma anche significativo per la loro crescita e per elaborare un iniziale modello maschile di rifermento rispetto al grande tema della cura.
 

La bambole Waldorf, una proposta di qualità

Nel mondo delle bambole una menzione particolare va alle bambole Waldorf, dette anche steineriane. Tali bambole sono oggetti artigianale bellissimi e di grande qualità.
Sono bambole di pezza particolari, fatte interamente a mano e con materiali semplici e naturali in particolare cotone e lana.


Hanno il corpo morbido e arrotondato spesso riempito di lana così che si scaldi nell’abbraccio amorevole del piccolo che gioca con lei e che la stringe.

Il viso è paffuto con i tratti appena abbozzati: puntini per gli occhi e trattino per la bocca. Tali tratti sono volutamente solo accennati per lasciare al bambino la libertà di immaginare l’espressione e quindi lo stato d’animo, della bambola e permettere un gioco ancora più ricco di esperienze e emozioni.

Alcune di queste bambole hanno dei vestiti fissi, mentre altre si possono spogliare e hanno anche un corredino di abiti di ricambio. Si trovano inoltre bambole che rappresentano bambine e altre che rappresentano bambini.
La realizzazione a mano fa sì che ciascuna bambola sia davvero speciale e unica.

Poiché sono oggetti artigianali si possono realizzare anche in casa ed essere un dono ancora più speciale per i propri bambini.

Foto 1: © Mammarsupio; Foto 2: © Corbis; Foto 3: © Babylonia

Giochi e neonati: cinque esperienze da vivere con un bambino piccolo

Ma i neonati giocano?

Quali giochi fare con i neonati?”, “Come giocare con loro?”; “Che giocattoli mettergli a disposizione?”: sono alcune delle domande che possono nascere quando ci si interroga su quale rapporto ci possa essere tra i neonati e i giochi. Tale rapporto, infatti, non è scontato tanto che in molti si chiedono se i neonati sono davvero in grado di giocare.

Il gioco è un’esperienza fondamentale nella vita dei piccoli e anche dei neonati, oltre che di fatto anche nella vita degli adulti. In ogni fase della vita “giochiamo”, ovvero usiamo immaginazione e creatività per approcciarci alla realtà. Quello che si modifica, e che rende diverso il gioco dei neonati, da quello dei bambini e ancora da quello degli adulti, sono le modalità concrete attraverso cui il gioco si realizza.
Noi spesso attribuiamo il medesimo significato ai termini giochi e giocattoli. Ma i secondi non sono che degli strumenti attraverso cui, nell’infanzia, si realizzano molti giochi dei bambini, ma il gioco non si può ridurre a questi.

Inteso in questo modo il gioco, la risposta alla domanda se i neonati giocano è affermativa.
Già dai primissimi istanti di vita il piccolo infatti ha a che fare con il grande compito di entrare in relazione con il mondo che lo circonda, che ha caratteristiche profondamente diverse rispetto all’ambiente uterino dal quale proviene.
Il primo mondo da scoprire è la sua mamma e il suo corpo. Pian piano il cerchio si allarga al papà e alle altre persone che sostengono la mamma nella sua cura e poi all’ambiente domestico. Ad un certo punto scopre il suo corpo: le sue manine e i suoi piedini diventano oggetti interessantissimi da scoprire.
Il gioco per i neonati, dai primi mesi fino al primo anno di vita, si realizza principalmente attraverso questo lavoro di scoperta incessante, fondamentale per il loro benessere e la loro crescita fisica e psichica.

Per accompagnare i piccolini in questa graduale scoperta quindi non occorrono mille giocattoli super strutturati e magari costosi; più che altro occorre la disponibilità a vivere delle esperienze con lui, rispettando i suoi ritmi, tempi e desideri di scoperta.
I giocattoli, sempre scelti con cura e attenzione, possono essere dei validi alleati, ma, come spesso ci dimostrano i piccolini, la loro attenzione è spesso attratta da oggetti di uso quotidiano che permette loro di fare scoperte sul mondo che li circonda.

Cinque idee di giochi con neonati: alla scoperta del mondo insieme

Ecco quindi cinque giochi, esperienze, da vivere con il vostro bambino nel suo primo anno di vita, accompagnandoli così in questa loro emozionante avventura di scoperta del mondo.

  • Pelle a pelle: conoscersi davvero
    La pelle è l’organo di senso più esteso del nostro corpo, ed è il primo che si forma nella vita uterina. La pelle è un universo specialissimo attraverso la quale sentiamo e percepiamo quello che è fuori di noi e trasmettiamo quello che è dentro di noi. Per un neonato la sua pelle è una dimensione conosciutissima e famigliare, i vestiti al contrario sono un di più, del quale forse farebbe anche a meno.

    Nei primi mesi regalarsi dei momenti di pelle a pelle con il proprio piccolo è un’esperienza profondissima per entrambi. Non occorre molto, basta una stanza a temperatura adeguata,al riparo da correnti d’aria e un po’ di disponibilità di tempo e tranquillità. Mette il vostro piccolo sul vostro petto, nudo, e la sciate che la magia si compia.

  • Alla riscoperta dell’acqua
    Possiamo dire che la vita uterina è una vita acquatica. Nove mesi in un ambiente calmo e protetto, cullati nel liquido amniotico, che trasforma la pancia della mamma in una piscina esclusiva e personale. Per questo l’acqua è un elemento rasserenante per molti piccoli, che però va riscoperto una volta fuori da quella pancia.
    Regalate al vostro piccolo dei bagnetti rilassanti, senza fretta, rendendoli per loro esperienze davvero di scoperta e di dolcezza, e, perchè no, regalate anche a voi questa esperienza, insieme a loro in vasca in casa oppure in una piscina riscaldata a dovere.
  • Una camminata in silenzio
    Il silenzio è la condizione indispensabile per riuscire ad ascoltare e ad ascoltarsi. Viviamo quasi tutti e quasi sempre avvolti nel rumore però. Il rumore del traffico in città che entra nelle case, la tv quasi sempre accesa, le frequenti telefonate che riceviamo e facciamo: parole e rumori che avvolgono anche il piccolino che vive con noi.
    Regaliamoci e regaliamogli un’esperienza intensa di silenzio, due passi fuori città, in un parco grande o in un bosco, cercando di fare silenzio, di silenziare il telefono e avvolgerci in quello che la natura offre. Scopriremo che il silenzio è abitato da tanti tanti suoni, che rendono magico quel silenzio, magico per il piccolino e per noi.
  • Aria e pioggia sul viso
    Vento, venticello, aria e arietta sono gli acerrimi nemici dei bambini, o almeno così si pensa; e non parliamo della pioggia, che con i bambini piccoli è considera peggio di una sventura apocalittica. Con vento e pioggia se si può ci si rintana in casa e se, proprio proprio, si deve uscire ecco che scatta l’uso di massime protezioni: cappelli, sciarpe, coperture del passeggino, mantelle e mille altri accessori. Precauzioni davvero importanti, soprattutto quando il vento e la pioggia sono forti e, magari, in aggiunta fa anche molto freddo. Però non sempre si verificano questi avvenimenti estremi.
    Spesso, soprattutto nella bella stagione, capitano giornate di pioggerella e arietta leggera: approfittiamo! Facciamo scoprire al nostro bambino la bellezza di lasciarsi accarezzare dal vento e baciare dalla pioggia.
  • Piedini nell’erba
    Gli esperti di educazione si lamentano sempre di più, parlando dell’infanzia, del progressivo allontanamento dei bambini dagli elementi naturali: bambini grandicelli, della scuola primaria, che non hanno mai giocato a piedi nuda nell’erba, o che non hanno quasi mai sperimentato il calore del fuoco sulla pelle o la piacevolezza di giocare con il fango. Questo tipo di comportamento ha origine sin dalla primissima infanzia ed è sicuramente influenzato dalla quasi impossibilità per molti bambini di avere occasioni di giocare liberamente all’aria aperta in spazi a loro misura.

    Un gran regalo che potete fare al vostro bambini, a partire dal primo anno di vita, è quello di lasciarlo sperimentare queste cose, magari proprio partendo dalla bellezza e peculiarità di gattonare o muovere i primi passi in un bel prato, con i piedi solleticati dall’erba. Magari non a tutti i piccoli questa cosa piacerà, ma almeno in loro passerà il messaggio che questa esperienza non solo non è sbagliata, ma che potrebbe anche essere piacevole.

    Foto 1: © Jamie Grill_Tetra Images_Corbis; Foto 2: © Vladimir Godnik_fstop_Corbis ;
    Foto 3: © Jade Brookbank_Image Source_Corbis

Per un babywearing in sicurezza

05/02/2015  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Abbiamo già scritto altre volte su questo tema, ma ci rendiamo conto, dal lavoro diretto con i genitori e gli operatori, che su questo argomento occorre ancora fare chiarezza.

Il babywearing è un modo di stare con il proprio piccolo, di prendersi cura di lui. E’ questo il senso di questo gesto che per molti genitori diventa quotidiano. Individuato il supporto che fa per loro, infatti, sono molti ormai le mamme e i papà che “indossano il loro piccolo”. Ci si prende cura di loro e intanto le mani sono libere e si può anche pensare di dedicarsi ad altro.
Questa pratica di cura, nella storia dell’uomo, nasce e si mantiene nel tempo, proprio perchè riesce a conciliare i bisogni dei piccolissimi, con quelli di chi si prende di lui e con le esigenze della quotidianità che va avanti.

La libertà di movimento e di azione che un genitore prova è davvero notevole, ma occorre sempre ricordare che questa è un effetto “secondario”, utile e piacevole, ma comunque secondario: al centro ci deve sempre essere il benessere e la cura del piccolino.
Se non si ha chiaro questo aspetto…. rischiamo di mettere in atto dei comportamenti poco adeguarti e sicuri, che potrebbero anche nuocere al nostro piccolino.
Ecco quindi alcuni consigli per praticare un babywearing in totale sicurezza.


La posizione corretta: la base per un babywearing sicuro

La prima cosa da considerare è che il supporto sia indossato in modo che sia chi porta che chi è portato assumano una posizione corretta.


A questo proposito ecco un ABC da tenere sempre a mente a da usare come check list sia per verificare la buona qualità di un supporto, sia per verificare come lo state indossando:

  • A come airways: un buon supporto deve permettere di portare il piccolo (sia davanti, che di fianco o dietro) con le vie aeree ben libere. Il suo mento non deve mai toccare lo sterno e il piccolino non deve sprofondare completamente nel supporto. Il primo rischio lo si corre in particolare nella posizione a culla e il secondo è più frequente nei supporti semi strutturati o strutturati che si adattano meno bene alle dimensione del piccolo. E’ importante poi che il piccolo sia portato alto e contatto, nella posizione che viene definita “a portata di bacio”.
  • B come body positioning: prima di tutto un buon supporto deve permettere di portare vicino al corpo dell’adulto e alto. Supporti che rimangono distanti dal corpo e che magari ondeggiano con il piccolo dentro sono da evitare perchè è alto il rischio di caduta e di scivolamento. Inoltre, il bimbo è posizionato correttamente se le sue gambine sono divaricate e la posizione fisiologica della schiena e della anche è rispettata. Il bimbo deve scaricare il peso sul supporto che lo sostiene da ginocchio a ginocchio.
  • C come confort: la posizione scelta e il supporto usato devono inoltre risultare comodi per chi porta e per chi è portato. A questo proposito è indispensabile che il peso del piccolo sia scaricato adeguatamente sulla schiena di chi porta e che le fasce o le altre parti del supporto non diano fastidio a chi porta. Anche il piccolo deve stare in una posizione confortevole e ben aderente al corpo di chi porta per non avere sempre la sensazione di essere instabile e poco sicuro.

Il comportamento adeguato: elemento indispensabile per un babywearing sicuro

Applicare alla lettera l’ABC sopra descritto però non significa che stiamo automaticamente praticando un babywearing sicuro. Infatti, questo dipende anche e soprattutto dalle intenzioni e dai comportamenti di chi porta.
Sulla bilancia deve sempre avere più peso il benessere e la cura del piccolo, rispetto all’avere libertà di movimento e le mani libere.

Facciamo un esempio.
Una mamma, un papà e un piccolino di pochi mesi sono in una piccola baita in montagna, bella ma isolata, in mezzo alla neve. La protezione civile intima loro di evacuare nel più breve tempo possibile per il rischio di una slavina. Il papà, senza esitazioni mette il piccolo nel mei tai e inforca gli sci per scendere a valle, seguito dalla mamma.
Se mai accadesse una cosa simile, tutti loderemmo il coraggio e la prontezza di spirito di questi genitori e il fatto che aver avuto a disposizione un supporto, pratico e comodo, ha permesso loro di togliersi da una situazione potenzialmente pericolosa, con rapidità.

Ma la situazione appena immaginata è un’eccezione, un’eventualità, si spera, quanto mai rara. Eppure, meno rari sono i comportamenti che alcuni genitori, abili portatori, adottano con i loro piccoli con i diversi supporti per portare rischiando di metterli in pericolo.

Di solito, sia noi che chi si occupa in modo professionale di portare, consiglia sempre di farsi guidare dal buon senso, ma forse, visto l’accadere di alcune cose comunque, proviamo ad esplicitare meglio alcuni comportamenti sconsigliati:

  • in casa: la fascia o gli altri supporti vengono spesso usati dai genitori mentre svolgono piccole faccende domestiche. Occorre prestare attenzione ai movimenti bruschi e improvvisi, agli spigoli di mobili e porte, alle sostanze chimiche che si maneggiano, alle fonti di calore o di vapore. Quindi, con un piccolo in fascia non si gioca a fare il piccolo chimico con i detersivi, non si scola la pasta con il bambino pancia a pancia, né si stira; con il piccolo sulla schiena si deve prestare molta attenzione al suo raggio di azione e non si sale su scale o sedie per prendere dalla dispensa la pasta o per pulire i vetri.
  • in città: ogni supporto permette grande libertà di movimento e quindi lascia spazio per passeggiate all’aria aperta, per prendere i mezzi pubblici, per andare a fare la spesa, per recuperare i fratellini da scuola. Di solito un comportamento corretto e attento evita i rischi maggiori, ma anche qui occorre buon senso! Insomma,evitate di correre come un velocista sulla pista dei 100m, attraversando un incrocio non sulle strisce, per prendere al volo il tram … per il resto godevi la vostra città e quello che vi offre. Nè, con un bimbo in un supporto, si va in motorino o in bicicletta.
  • in montagna: i supporti per portare sono spesso molto apprezzati dai genitori amanti delle cime perchè possono portare con loro anche piccolissimi. Ben vengano passeggiate rilassanti tra il verde o sulla neve, ma con un bambino addosso assolutamente non si arrampica e non si scia! Potete essere anche guide alpine, ma questi comportamenti mettono solo a rischio inutilmente il vostro piccolino. E’ importante ricordare che soprattutto in inverno il rischio più grande per lui è quello di raffreddarsi e stare male: quindi prestate molta, molta attenzione alle sue estremità!

  • al mare: è assolutamente sconsigliato entrare in acqua con un piccolo legato in un supporto perchè se si dovesse scivolare accidentalmente il piccolo potrebbe essere trattenuto dal supporto sotto il pelo dell’acqua e quindi non riuscire più a respirare. Semaforo verde invece per passeggiate sul bagnasciuga e per andare e venire dalla spiaggia con maggiore comodità!!!
  • in auto: ultimissimo capitolo, che non sarebbe neanche da specificare, ma visto che qualcuno lo fa, addentriamoci. Qualunque supporto per portare i piccoli non può e non deve sostituire i normali dispositivi di sicurezza per il trasporto su strada (navicelle, ovetti e seggiolini auto). Non si guida con il neonato in fascia, né lo si tiene in fascia se si è uno dei passeggeri!

Portare un bambino è un modo di esprimere la propria genitorialità che permette esperienze intense e uniche, esperienze che, una volta cresciuti i nostri piccoli, mancheranno e alle quali ripenseremo con un po’ di nostalgia. Il consiglio per tutti coloro che vogliono vivere questa esperienza in pienezza è quello di provare a vivere fino in fondo questo momento.
Stare con un neonato non è semplice, alle volte si desidera una cosa diversa, l’evasione, ma questo è un desiderio dell’adulto, non dimentichiamocene.

Quindi, se proprio uno non resiste, e vuole farsi una sciata, affidi il piccolo a qualcuno di cui si fida, se la goda e se la gusti fino in fondo, tornerà dal bambino ricaricato, con il sorriso e tanta, tanta voglia di stare con lui, perchè  magari scoprirà che la sua giornata è stata quasi perfetta… già, “quasi” perché alla fine quel piccoletto gli è mancato un sacco!

Foto 1: © Mammarsupio; Foto 2: © Mammarsupio_Collage foto Corbis, Calori, Webstockohoto, Manduca;
Foto 3: © Mammarsupio_Collage foto Le4M

“I libri per bambini sono tutti uguali?” Una domanda per una genitorialita’ consapevole

La domanda sembra banale e la risposta scontata: “NO” i libri non sono tutti uguali, altrimenti non solo chi li scrive e chi li produce non li venderebbe, ma soprattutto, per chi li legge, sarebbe una noia mortale. 

Ma non intendiamo porci la domanda a questo livello; ci chiediamo, piuttosto, se porci questo quesito ci possa aiutare ad orientare le nostre scelte educative.
Tutto quello che scegliamo e mettiamo a disposizione dei nostri figli manda loro dei messaggi, offre loro delle possibilità e non altree consente loro un tipo di utilizzo e non altri. Ad esempio, possiamo preferire giochi solidi, quasi indistruttibili e senza tempo, ai tanti di scarsa qualità che si rompono dopo poche “giocate”: il messaggio che indirettamente trasmettiamo è molto diverso agli occhi del piccolo. 

Così è per i libri per bambini. Non tutti i prodotti editoriali sono uguali tra loro, sia per forma che per contenuto, e quindi, nell’ottica di volere essere genitori attenti e consapevoli occorre dotarsi di qualche criterio per scegliere.
 

La “forma” nei libri per bambini

Colori, dimensioni, materiali, effetti speciali, … tutti questi elementi sembrano secondari quando scegliamo un libro, eppure sono gli elementi che ci attraggono o ci respingono, che fanno leva sulla parte più emotiva e impulsiva di noi. Sono elementi che vanno a costruire la prima impressione che ci facciamo del libro che ci troviamo davanti. 

La prima cosa da considerare è dunque di non dare per scontato questi elementi, perchè quello che colpisce e attrae noi, non è detto che colpisca e attragga il nostro piccolo, non solo perchè è una persona diversa da noi, ma perchè è semplicemente più piccolo. 

Un libro di dimensioni troppo grandi è “faticoso” da sfogliare per un piccolino come è altrettanto faticoso per lui che le pagine siano sottili o che ci siano nel libro elementi, magari belli e ricercati, ma davvero troppo fragili per le sue inesperte manine.
Per i piccolissimi funzionano meglio libri resistenti, in cartone spesso o stoffa, e di dimensioni non troppo grandi, che possano manipolare autonomamente oltre che “assaggiare”, mordicchiare, usare come gioco o come altro. Ottimi si rivelano anche i libri da bagno, pensati per il bagnetto, ma fenomenali anche per i primi approcci al libro dei piccolissimi, perchè si possono facilmente pulire. 

Man mano che il piccolo cresce, potranno essere proposti libri diversi, con pagine meno spesse, con materiali diversi e magari con effetti speciali più ricercati. Diventano molto apprezzati gli albi illustrati da leggere e rileggere, ben disegnati e con storie interessanti, ma anche i libri pop-up in cui in ogni pagina si trova un mondo da scoprire.
Le dimensioni si possono ampliare e anche i materiali si possono diversificare.
 

Il “contenuto” nei libri per bambini

Ma anche il contenuto non è indifferente e incide sulla qualità del libro.
Nei libri per bambini non si devono dare per scontato le illustrazioni, che sono le vere protagoniste del testo agli occhi del bambino. Lui, che non sa ancora leggere le lingua scritta, legge il libro proprio a partire dalle illustrazioni. 

Per i più piccoli è meglio scegliere libri con illustrazioni chiare, con pochi dettagli, su sfondi neutri. In questo modo l’attenzione del piccolo lettore viene più facilmente catturata dal disegno “protagonista” della scena e la lettura risulta più agevole oltre che più piacevole, perchè non dispersiva: il concetto è più chiaro e ben espresso! (es. a sinistra nella foto).

I dettagli possono aumentare man mano che l’attenzione del bambino si affina e con l’aumentare del piacere della lettura (es. a destra nella foto). Avere a disposizione maggiori dettagli nell’immagine è per il piccolo lettore come avere a disposizione una descrizione più accurata e particolareggiata che sostiene la storia e lo svolgersi degli eventi. 

Occorre anche ricordare che una buona scelta si basa anche nel proporre ai bambini una varietà di stili di immagini e illustrazioni.
Spesso vanno per la maggiore i libri che hanno per protagonisti gli eroi dei cartoni animati, magari proprio quello che piace di più al bambino. Allora ecco che il piccolo scaffale della lettura si riempie di Winnie The Pooh o di Topolino, di Dora l’Esploratrice o di Manny Tuttofare. Qualche libro dei personaggi preferiti può anche essere bello, e consente al piccolo di giocare con essi in modo più attivo rispetto all’essere davanti alla tv, ma scegliere solo libri di questo tipo può essere riduttivo. Di solito, infatti, le illustrazioni di tali libri sono prese dal cartone animato e hanno colori accesi il più delle volte e disegni molto stereotipati.

Offrire una varietà di stili nelle illustrazioni è sicuramente un’ottima opportunità per il bimbo di entrare in contatto con diversi modi di espressione, una grande ricchezza per la sua conoscenza e, in futuro, per la sua capacità di espressione attraverso il disegno.

Un’altra caratteristica da considerare attentamente è la storia narrata o il contenuto proposto nel libro. Ance qui vale la stessa considerazione. Non tutte le storie e i contenuti sono uguali.
La prima grande differenza è tra libri che spiegano e libri che raccontano.
A partire da quelli pensati per i piccolissimi ci sono libri che spiegano offrendo un collegamento tra parole e immagini, che si trasformano per i più grandini spiegando il perchè delle cose. Poi ci sono i libri che raccontano storie, a partire dalle fiabe tradizionali, a quelle di più recente realizzazione. 

Rispetto al contenuto è opportuno che mamma e papà si chiedano se quanto narrato è un messaggio che desiderano dare ai loro figli, e se tale messaggio è più o meno in sintonia con l’idea di educazione che hanno.
Fortunatamente, a disposizione ci sono diversi prodotti editoriali. E’ possibile trovare libri “coccolosi” ideali per leggerli in intimità e libri che parlano delle paure e di come affrontarle; libri accurati che insegnano molte cose e libri che aprono la fantasia; libri che divertono e libri che fanno riflettere; libri che ci raccontano e altri che spiegano anche le cose difficili.
Possibilità ce ne sono, occorre solo avere la voglia e il tempo di condividere questa cosa con i più piccoli.

Foto 1: © Rachael Porter_Corbis; Foto 2: © Mammarsupio; Foto 3: © Mammarsupio_Collage

 

Baby shower: qualche idea per renderlo un’occasione preziosa per mamma e bebe’

19/01/2015  |  Gravidanza, Vita in Famiglia  |  No Comments  |  Share

Baby shower: come, quando e perchè

Se non ne avete organizzato uno o non siete state invitate o protagoniste di un baby shower, sicuramente ne avete visto qualche stralcio in qualche film o serie americana.
Il baby shower è quella festa organizzata dalle sorelle e delle amiche della mamma in attesa, in onore suo e del suo piccolino. 

La tradizione del baby shower nasce negli Stati Uniti durante il 18esimo secolo, tra le famiglie benestanti. Tradizionalmente, era una festa tutta al femminile, organizzata dalle altre donne di famiglia alla quale prendevano parte altre donne molto legate alla neo mamma, in occasione della prima gravidanza. Era l’occasione per condividere con la nuova mamma consigli e racconti su quello che le stava accadendo
Nel tempo, questa festa si è diffusa non solo tra le diverse classi sociali negli States, ma anche in Europa e in diversi altri paesi: ed eccoci, dunque, anche qui in Italia, a scoprire e vivere questo momento.
La festa si è inoltre parzialmente modificata.
Pur rimanendo un momento tipicamente femminile, alle volte si apre l’evento anche agli uomini o, addirittura, gli amici del futuro papà ne organizzano uno ad hoc per lui.

Si anche allargato il giro degli invitati, infatti, attualmente al baby shower partecipano tutte le amiche e anche le colleghe della futura mamma, che potrebbe addirittura essere la protagonista di più feste (una tra le amiche, una con le donne della famiglia, una con le colleghe,…). Inoltre, sebbene sia di solito organizzata in occasione della prima gravidanza, capita che la mamma la possa vivere anche per gli altri figli.

I doni, la vera anima del baby shower

Quello che rimane centrale in questa festa sono i doni che le invitate portano alla mamma.
Anche l’etimologia del nome viene spiegata in questo senso. 

In alcuni fonti si spiega che il nome “shower” si riferisce alla doccia di regali di cui viene inondata la mamma, altri lo fanno risalire ad un argentiere del ’700 dal cognome austriaco (Schauer) che pare abbia diffuso questa pratica per vendere i suoi prodotti in occasione della nascita dei piccoli. 

Al di là dal decidere quale sia l’etimologia corretta, è indubbio che i regali sono davvero al centro di questa festa. Sono regali di solito per i nuovo bambino che vanno dal corredino, ai vari oggetti di puericultura, sempre e comunque alla ricerca dell’idea originale e creativa. 

Inoltre, la festa di solito è a tema, con giochi e decorazioni in stile, con il catering raffinato e coordinato e con ogni dettaglio curato nel minimo particolare.
 

Qualche idea perchè il baby shower sia davvero un’occasione speciale

Chi ci conosce e legge il blog da tempo sa che occasioni come questa del baby shower sono un po’ lontane dal nostro stile e da ciò in cui crediamo.
Eppure abbiamo scelto di dedicare un po’ di tempo e qualche consiglio a questa occasione perchè di fatto, al di là dell’aspetto molto commerciale che può prendere, questa festa potrebbe essere davvero un’occasione un po’ speciale per stare accanto alla neo mamma e dimostrarle affetto e vicinanza in un momento così delicato come quello della fine gravidanza e dell’arrivo del piccolino.

Ed ecco quindi quattro consigli per una festa davvero indimenticabile!

1. I diversi siti che aiutano e consigliano per l’organizzazione di un perfetto baby shower insistono sulla cura di tutti i dettagli. Dalla scelta del tema della festa, al come fare gli inviti; dal cosa preparare da mangiare e da bere, al piccolo presente da fare alle invitate; dai giochi ai doni da fare … Sicuramente un’organizzazione precisa e puntuale aiuta la buona riuscita della festa, occhio però a non strafare: un clima accogliente e sereno alle volte lo si ottiene con poche e semplici cose, magari fatte in casa con materiali semplici e tanto buon gusto. E sul cibo: la neo mamma di certo apprezzerà cose semplici e genuine, magari biologiche, che mandano un messaggio di attenzione a lei e al suo piccolino. 

2. Nell’organizzare il baby shower accanto a tutti i dettagli da curare e organizzare, non scordatevi mai che la neo mamma apprezzerà sicuramente tutte quelle cose e
occasioni che le dimostrano affetto e vicinanza. Se pensate che la mamma possa apprezzare ok quindi a giochi, decorazioni, regalini, e pensierini…., ma soprattutto cercate di creare un clima accogliente, disteso e amicale nella quale si possa scambiare qualche chiacchiera e qualche pensiero anche intimo e profondo. La neo mamma lo apprezzerà di certo, visto che alla fine della gravidanza deve affrontare cambiamenti profondi e alle volte anche un po’ paurosi.

3. I doni sono fondamentali in un baby shower, ma come scegliere quello giusto? Il rischio è quello di andare a cercare al cosa super originale, ma che poi rischia di essere inutilizzabile dalla mamma e dal bebè. Si va sul sicuro se si sceglie di regalare cose di uso quotidiano: pannolini, magari ecologici; body e tutine; prodotti per il bagno del piccolino, magari attenti alla pelle e all’ambiente. Saranno poi molto apprezzati anche doni che parlano di contatto come una fascia porta bebè o un corso di massaggio neonatale o un corso di acquaticità.  

4. E ultimo consiglio: non dimenticate la mamma! Già, con un piccolino in grembo, il rischio è di mettere a fuoco solo il nuovo arrivato e di lasciare sullo sfondo, un po’ sfuocata la mamma. Quindi ben vengano anche tutti quei doni che possano suggerire alla futura mamma che è importante e tutto l’affetto che proviamo per lei. Qualche idea: un bel libro sulla gravidanza da leggere; un quaderno su cui scrivere pensieri, ricordi, emozioni legate a questo periodo; ma anche una seduta da un bravo osteopata per il dopo parto o un appuntamento dal parrucchiere per taglio e piega!

Ora non resta che trovare una amica incinta e organizzare per lei un baby shower indimenticabile!

Foto 1: © H.Schmid/Corbis
Foto 2: © Daniel Grill/Tetra Images/Corbis
Foto 3: © Hero Images_Corbis

 

Imposizione o occasione? Il congedo parentale come chance per ripensarsi

13/01/2015  |  Gravidanza, Primo Anno, Vita in Famiglia  |  No Comments  |  Share

La gravidanza: l’inizio del cambiamento

Panta rei: tutto scorre, tutto muta.
Lo si studia al liceo e lo si tocca con mano in alcune particolari fasi della vita in cui ci troviamo a dover voltare pagina. Ogni svolta segna un passaggio, che chiede, e alle volte impone, un cambiamento anche radicale. La fine degli studi, l’uscire di casa, l’inizio della vita di coppia… sono tutte fasi in cui si sperimenta sulla propria pelle e nella propria vita che davvero tutto scorre, cambia, muta. 

Nella vita di una donna però il cambiamento più drastico e radicale è segnato dalla maternità. Il diventare mamma concretizza nel suo più vero e profondo significato il fatto che tutto, e davvero tutto, muta.
Cambia il corpo, che si lascia plasmare e trasformare da quell’evento intimo e misterioso che è la crescita del piccolo dentro la pancia di quella donna che sta diventando la sua mamma.
Cambia però anche “la mente”: pensieri, emozioni, sensazioni, progetti e idee nuove si abbozzano nella mente di quella donna che si sta trasformando lentamente. Nei pensieri della mamma, prende spazio e tempo il bambino che le sta abitando il corpo e lentamente li trasforma e fa nascere intuizioni nuove. 

La maternità è uno dei pochi cambiamenti irreversibili nella vita. Non si può tornare indietro, ci si trasforma. L’identità della donna si trasforma: da figlia, donna, compagna, professionista, diventa anche mamma.
La neo mamma sperimenta poi, in quei nove mesi speciale e unici che sono la gravidanza, una relazione così intima con un altro essere umano che potrà sperimentare solo se avrà un altro figlio. E già solo questa esperienza trasforma e cambia in profondità.

 

Il congedo parentale: sperimentare la concretezza del cambiamento

L’inizio del congedo parentale, per molte donne, segna concretamente il radicale cambiamento della quotidianità. La gravidanza è ormai molto avviata, i cambiamenti in corso già toccati con mano e sperimentati, ma il mantenimento del lavoro e della propria routine pressochè invariata durante fino al settimo, ottavo, mese di gravidanza, offre ancora quasi l’idea che quello che si sta vivendo non è, e non sarà, poi così irreversibile.  

Quindi, la pausa, imposta per legge alle donne lavoratrici, segna davvero un forte cambiamento anche nella quotidianità.
Benché migliorabile e lacunoso, soprattutto se confrontato con altre normative di altri paesi europei e non solo, anche in Italia, il congedo parentale, e in particolare la parte di esso obbligatoria, è il segno sociale che dice che il piccolo che sta per venire al mondo ha bisogno della sua mamma “in esclusiva”. 

Dal punto di vista della mamma questa realtà però può essere vissuta con ansia e anche con angoscia. Il bisogno di “esclusiva” del piccolo, il tempo liberato per potersi occupare di lui al meglio, il mettere in stand by aspetti della propria vita considerati magari fino a poco prima irrinunciabili, segna un cambiamento fortissimo nella vita della mamma.
E qui si aprono due strade opposte: si può subire questo periodo come un’imposizione, oppure lo si può vivere come un’occasione.

Da donna a mamma tra fatiche e opportunità

Il congedo parentale e, in generale, il tempo comunque diverso segnato dall’arrivo di un piccolino nella vita di un donna può essere un periodo in cui si sperimentano sentimenti contrastanti e anche negativi.  

Si è contenti di quello che è accaduto, si è felici di quel piccolino tra le braccia, magari tanto desiderato e cercato, ma si è sgomente davanti ai suoi bisogni così forti e totalizzanti e all’improvviso cambiamento della propria quotidianità.
Molte neo mamme si sentono sole, incredibilmente sole.
Le giornate alle volte sembrano lunghissime e si fatica ad accettare la lentezza richiesta da un piccolino. Questo accade soprattutto alle donne abituate, prima della gravidanza, ad andare al massimo della velocità. La lentezza della vita con un neonato rischia di sembrare intollerabile e le giornate, passate con lui, vuote e prive di senso. 

Pesa la cura del piccolo, pesa il vivere prevalente una dimensione domestica, pesa il non lavorare e soprattutto il non avere più occasioni quotidiane di uscire di casa e fare altro, pesa il vivere il quartiere, pesano le limitazioni imposte dai ritmi e dai bisogni del piccolino.
Questo tempo dedicato al bambino viene quindi vissuto come una forte imposizione e quando si intravede la fine lo si vive con un forte sentimento di liberazione.

Ma questo periodo potrebbe essere anche un’occasione, magari non preventivata e non cercata, ma sicuramente presente e, se lo si desidera, davvero accessibile a tutte. Il cambiamento costa fatica, anche molta fatica, ma porta con sé occasioni inedite e prospettive nuove.
Ed è così anche per il tempo in cui le neo mamme si dedicano in modo quasi esclusivo ai loro piccoli, basta provare a vedere il bicchiere mezzo pieno! Il tempo rallentato, alle volte vuoto, o semplicemente svuotato dalla routine quotidiana pre-gravidanza, lascia spazio per assaporare modalità di vita diverse. 

Alcune donne a partire da questo fanno scelte importanti per la loro vita non solo di mamme ma anche di professioniste. C’è chi si reinventa in questo periodo e riscopre le proprie competenze professionali sotto un’altra luce. C’è chi decide di maturare un cambiamento davvero radicale e di dedicarsi alla famiglia in modo esclusivo, magari ritrovandosi a riconsiderare alcune idee e ideali dati fino ad allora per scontati.
Altre donne semplicemente cercano di godere al massimo di questo tempo per esserci per i propri piccoli, nella consapevolezza che questo tempo non torna più.
Di solito poi queste famiglie maturano una diversa consapevolezza: scelgono il downshifting, ovvero di rallentare, anche dopo, quando i piccoli crescono, perchè hanno imparato in quel tempo che non tutto è monetizzabile, tanto meno il tempo speso e passato con i propri piccoli. 

E’ questione di scelte, ma soprattutto di sguardo: può bastare poco per trasformare la fatica da gabbia insostenibile, in occasione per cambiare.

Foto 1: © Warren Bolster Ocean Corbis
Foto 2: © I Love Images Corbis
Foto 3: © I Love Images Corbis

Il potere degli abbracci: sostenere la crescita del neonato con le coccole

06/01/2015  |  Neonato, Primo Anno, Spunti Educativi  |  2 Comments  |  Share

 La crescita di un neonato tra attenzioni e preoccupazioni

Ma come si è fatto grande!”; “Cresce?”; “Ma crescerà abbastanza?”; “Mi raccomando, tenga d’occhio la crescita in questa settimana!”…
Potremmo allungare l’elenco a dismisura di queste frasi che, almeno in un’occasione, ogni neomamma si è sentita rivolgere dai parenti, dagli amici, da semplici conoscenti e anche dai pediatri.  

La crescita è un tema caldo dei primi mesi con un neonato.
Un tema che fa nascere specifiche attenzioni e, se il bambino sembra crescere poco, anche delle preoccupazioni, più o meno fondate, soprattutto per quanto riguarda il tema dell’alimentazione e del cibo.
Ed ecco quindi tutti i commenti e consigli in campo di allattamento, soprattutto se la mamma sceglie quello al seno esclusivo e a richiesta, perchè ai più, spesso disinformati, sembra sia una modalità che lascia troppo spazio al caso e poco verificabile. 

Il rischio, per la mamma, con tutte queste pressioni, di andare in corto circuito è dietro l’angolo purtroppo.
Il primo consiglio è quindi, nel caso una mamma si trovi in questa situazione, di rivolgersi ad un operatore qualificato che riesca a sostenerla e verificare con lei la situazione. Ostetriche dei consultori, alcuni
bravi pediatri di base, e consulenti della Leche League possono essere dei validi alleati in queste situazioni di dubbio ed eventualmente di criticità.

Pane e tulipani”: un diverso punto di vista sulla crescita del neonato

Ma la crescita è solo questione di cibo?
Viene in mente il film di Soldini che suggerisce con chiarezza che la vita, e quindi anche la crescita, non ha a che fare solo con il “pane”, ma anche con i “tulipani”, e, anzi, che senza i “tulipani” anche il “pane” rischia di non bastare. 

La psicologia del novecento ha dimostrato in lungo e il largo questa verità proprio a partire dall’infanzia. Si sono susseguiti diversi studi che sono riusciti a dimostrare che rispondere al bisogno del piccolo di essere nutrito è altrettanto fondamentale ed importante che rispondere al suo bisogno di relazione e di contatto fisico.
Un piccolo ben nutrito, se lasciato solo e poco toccato, rischia di non crescere e di non crescere bene.

Eppure, se come genitori ci si affanna sul discorso del cibo e si è disposti a fare di tutto per offrire il meglio al piccolino, alle volte ci si lascia convincere a non rispondere con la stessa efficacia agli altri bisogni …. perchè se no si vizia! 

Un abbraccio per crescere bene

Come genitori abbiamo la possibilità di stare accanto al nostro piccolo cercando, sin da subito, attraverso il nostro modo di prenderci cura di lui, di rispettarlo e di volergli davvero bene, nel senso di “volere il suo bene”. Accanto a questa possibilità abbiamo anche la concreta opportunità, attraverso il nostro modo di fare e di essere con i nostri figli, di promuovere una cultura dell’infanzia differente, più rispettosa e dignitosa.  

Occorre però cambiare prospettiva!
Dobbiamo assolutamente abolire dalla nostra mente che le coccole, gli abbracci, lo stare in braccio o in fascia siano dei “vizietti” concessi “a un piccolo furbetto!”.
Tutti questi gesti di cura altro non sono che il tentativo, quasi mai perfetto, di rispondere al bisogno fondamentale del nostro piccolo di essere amato e di essere compreso 

Un abbraccio non fa mai male, anzi ha benefici effetti non solo sull’umore, ma anche sulla salute fisica e sul benessere della persona.
Tantissime ricerche sui piccoli nati prematuri lo dimostrano, e ormai ciò è diventato prassi in tutti gli ospedali all’avanguardia: il contatto pelle a pelle con la mamma migliora e stabilizza i parametri e le funzioni vitali del piccolo. 

Davanti a queste numerose evidenze, non ci resta che riempire di abbracci e di coccole i nostri piccoli. Tutto questo, inoltre, rimane possibile, usando una fascia o altri supporti, anche se nel frattempo siamo costretti a fare altro.
La magia che si scopre è che questo non solo fa bene a loro, i piccolini, ma anche tanto a noi, perchè un abbraccio riempie anche noi di “tulipani”. 

E se proprio non sapete cosa rispondere alle inevitabili critiche o battutine cattive di chi vi sta attorno e potrebbe giudicarvi, rispondete con le parole di Virginia Satir, psicologa e psicolanalista americana, che diceva:
Ci servono 4 abbracci al giorno per sopravvivere.
Ci servono 8 abbracci al giorno per mantenerci in salute.
Ci servono 12 abbracci al giorno per crescere.” 

…altro che vizietti!

Foto 1 ©Ingold/Corbis; Foto 2 ©Nowitz/Corbis; Foto 3 ©Gullung/Cultura/Corbis

Diritti dei bambini: una scommessa ancora tutta da vincere

15/12/2014  |  Spunti Educativi, Vita in Famiglia  |  No Comments  |  Share

Diritti dei bambini nel mondo: il 2014 “annus horribilis”

Ultimamente si parla spesso dei diritti dei bambini.
Dai discorsi che ne escono sembra che questi diritti siano affare di un’altra parte del mondo, che la questione sia calda e cruciale per bambini che vivono altrove. Un altrove dove anche i più basilari diritti, come quello alla vita, non sia possibile e non sia rispettato.

Questa immagine è parzialmente vera e l’attenzione sul tema dei diritti dell’infanzia è sicuramente molto alta in questi mesi perchè questo 2014, anno che sta per concludersi, è stato definito, non a caso, “annus horribilis” per l’infanzia da un osservatore d’eccezione come Anthony Lake , il direttore dell’UNICEF.

Questa notizia, riportata su molti giornali negli scorsi giorni, ha probabilmente fatto scorre dentro di noi, come in un film, immagini di posti e contesti completamente altri, di scene di guerra, di sofferenza, di estrema povertà, molto distanti dalle nostre case e soprattutto dai “nostri bambini”.
Noi viviamo in una parte del mondo diversa, dove molti dei diritti negati in quei luoghi sono ormai quasi considerati scontati. Certo, la crisi economica sicuramente ha incrinato la fiducia nel futuro di molte famiglie, per le quali anche la quotidianità e diventata faticosa e meno ovvia, ma dove ancora la vita è possibile e, soprattutto, non è a rischio costante.

Questa contrapposizione ci fa sembrare la questione dei diritti dei bambini come un orizzonte già conquistato, già realtà per molti dei nostri piccoli.
Eppure, se in parte questa cosa è vera, anche da noi, la questione dei diritti dei bambini è una questione ancora aperta e calda e non solo perchè anche qui alcuni bambini vivono in condizioni di estrema marginalità e in contesti non adatti all’infanzia.
La questione dei diritti si pone come cruciale perchè non tutti i diritti enunciati dalla Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia sono realtà per tutti i bambini, anche per “i nostri” bambini.

 

Diritto all’integrità fisica: le campagne contro sculacciate e sberle

Un esempio forte, su questa linea di pensiero, è l’impegno che negli ultimi anni hanno condiviso sia la società civile, sia altre istituzioni, per sensibilizzare l’opinione pubblica a eliminare le punizioni corporali e ad adottare un modo di relazionarsi con i piccoli più rispettoso e dignitoso.  

Negli ultimi anni, infatti, si sono susseguite diverse campagne in questo senso che cercano di aiutare i genitori e chi si occupa dei piccoli a scardinare queste abitudini, centrando l’attenzione in particolare sul fatto che anche una sculacciata o una sberla sono punizioni da evitare e proponendo modalità alternative di relazione ed educazione  

Tra queste in particolare segnaliamo il testo prodotto dal Consiglio d’Europa su questo argomento rivolto ai genitori, e la campagna “ A mani ferme” promossa da Save The Children
La questione delle punizioni fisiche, anche se spesso minimizzata dalle famiglie, rimane una questione ancora molto forte, sulla quale come genitori occorre davvero vigilare.  

Il nodo centrale della questione è che spesso, quando arriviamo al limite, noi genitori eccediamo e riutilizziamo lo schema della punizione – schiaffo – sculacciata, perchè è quello che a nostra volta, da bambini, abbiamo sperimentato e subito.
Occorre quindi una grande consapevolezza in merito, per rompere lo schema e cercare di proporre ai nostri piccoli modelli educativi diversi.
L’impegno a tutelare questo diritto è quindi ancora molto attuale e coinvolge tutti.

 

Diritto ad essere bambini: la vera sfida con e per i nostri figli

Ma esistono altri diritti negati a moltissimi bambini.
Sono diritti spesso neanche riconosciuti, perchè la loro negazione non è quasi mai plateale, né assume i contorni di un gesto all’apparenza violenta.

La società in cui viviamo è molto ambivalente rispetto ai piccoli, e spesso lo siamo anche noi genitori ed educatori.
La maggior parte delle gravidanze iniziano per esplicito desiderio della futura mamma e del futuro papà. I bambini che nascono sono sempre più desiderati, cercati, perfino programmati. Non sono ancora nati e hanno già tutto … si cerca di predisporre tutto e di più per accoglierli e questa cosa continua nella crescita.  

Il bambino ha tutto: cibo, vestiti, alimentazione, genitori, nonni, videogiochi”, scrive Daniele Novara nell’introduzione ad Alice nel paese dei diritti, “ ma gli manca purtroppo l’essenziale: giocare, muoversi, correre, toccare, sporcarsi, litigare con i compagni, sbucciarsi le ginocchia”.  

I nostri bambini hanno davvero tutto e spesso troppo.
Le camerette sono zeppe di oggetti inutili e spesso costosi, hanno la possibilità di partecipare ai laboratori più diversi e ai corsi più esclusivi sin dai primi mesi di vita, hanno la possibilità di sviluppare al meglio le loro potenzialità e le nostre attese di genitori, ….
Hanno tutto e hanno, sin da piccolissimi, una vita scandita da orari ed impegni serrati; tutto offerto loro in nome del futuro e del “ti servirà da grande!”. Hanno tutto e fanno tutto, ma in questi ritmi non ci sta più il gioco, la possibilità di muoversi, di correre, di sperimentarsi, di sbucciarsi le ginocchia, di rialzarsi e anche di annoiarsi un po’.

Ecco, quindi, una nuova grande sfida per noi genitori, da giocarci con e per i nostri figli: la sfida di garantire loro il diritto di essere e di vivere da bambini!
Perchè tutelare questo diritto è il più gran regalo che si può offrire loro, non solo nel presente, ma per anche per il futuro, perchè un’infanzia serena permetterà è la base per le persone che saranno e che diventeranno. 

Foto 1 © 13/Flying Colours/Ocean/Corbis
Foto 2 © DiMaggio/Kalish/CORBIS
Foto 3 © 145/Steven Errico/Ocean/Corbis