Quando cambiare posizione

21/07/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Camilla, mamma di Sara, 5 mesi, in un recente incontro, chiedeva:
Quando devo cambiare posizione e iniziare a portare Sara sul fianco o sulla schiena?

Il verbo dovere si sposa male con il portare, e, quindi, anche con questa domanda. Il portare è essenzialmente un modo di prendersi cura dei piccoli, ma anche di stare insieme e di vivere insieme delle esperienze.

La prima cosa che si sperimenta portando con continuità i propri piccoli dai primi giorni, è che loro, crescendo un po’ ogni giorno, vivono lo spazio del portare in un modo diverso. Questi cambiamenti, piccoli ma quotidiani, accompagnano questa esperienza e progressivamente la modificano e la arricchiscono. Quindi il genitore, insieme al suo piccolo, può desiderare di sperimentare nuove posizioni.
L’idea di provare a cambiare posizione dovrebbe sempre nascere da un desiderio più che da un “dovere” imposto non si sa bene da chi o da cosa.

Come in tutte le cose che riguardano la relazione tra una mamma e il suo piccolo, anche per il portare non esistono regole o ricette generali, che vanno bene per tutti.
Idealmente i passaggi sono dalla posizione pancia a pancia a quella sul fianco e infine a quella sulla schiena. Ma questa sequenzialità è appunto un’indicazione ideale, che segue alcune caratteristiche dei piccoli, ma anche dei genitori occidentali.
Si pensi, a tal proposito, che in Africa la posizione pancia a pancia è praticamente sconosciuta, e i piccolissimi di pochi giorni già stanno sulle schiene delle loro mamme.

Detto questo, risottolineando l’estrema variabilità dovuta al fatto che ogni coppia genitore – bambino è unica, possiamo comunque individuare degli elementi che ci aiutano a capire se siamo pronti a cambiare o sperimentare anche altre posizioni.
Il passaggio sul fianco può avvenire gradualmente quando il bambino dimostra sia un buon controllo posturale, sia un interesse verso il mondo che lo circonda. La stessa cosa vale per il passaggio sulla schiena, a cui si aggiunge la ricerca di comodità da parte dell’adulto, poiché lo scarico del peso è ottimale in questa posizione, e la serenità anche in assenza di un contatto visivo diretto con il suo piccolo.

Tenuti presenti questi elementi generali, con l’esperienza, i genitori si accorgeranno che sarà il bimbo a indicare di essere pronto ad essere portato in altre posizioni, più da “grande”. Non rimane che accogliere e ascoltare i suoi segnali: è importante fidarsi delle proprie sensazioni e di ciò che il bambino comunica.

A presto!
Oca Caterina

Portare ed emancipazione femminile: un binomio possibile

21/07/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

In questi giorni in rete sta girando un articolo sulla fascia porta bebè considerata come una delle cose inutili da acquistare o farsi regale quando si ha un bambino piccolo.
Quello che ci ha colpito non è tanto la critica diretta e impietosa ad uno strumento che noi riteniamo molto valido, ciascuno ha la sua opinione: anche sul portare e sui diversi supporti si incontrano genitori favorevoli, ma anche altri molto distanti, se non assolutamente contrari.

Ci ha invece molto colpito una frase di questo articolo sulla quale si basa la serrata critica “Ma davvero dopo secoli di emancipazione femminile vogliamo andare in giro con il nostro bambino legato al nostro corpo?”. Questa frase colpisce molto perchè affronta di petto una questione importantissima, centrale in tutta la vita delle mamme, ma soprattutto all’inizio di questo percorso.

Una mamma prima di essere mamma è una donna e anche una professionista. Il percorso che l’ha portata ad essere quello che è costato tempo, impegno e alle volte sacrificio.
La professionalità non dice più solo ciò che uno è capace di fare, ma spesso ci si definisce attraverso essa: diventa quindi una dimensione di sé importantissima, che occorre tutelare ne far crescere.
Inoltre, una mamma è anche, prima di essere tale, una compagna, una moglie, un’amante: dimensioni che rafforzano la sua femminilità. Nelle relazioni con il compagno spesso si realizza il desiderio della maternità, e allora la donna si appresta a diventare anche mamma.

E’ allora che può nascere il conflitto tra le diverse dimensioni della donna e, in particolare, tra la maternità e la professionalità. Il conflitto poi rischia, in alcuni momenti di personificarsi.
Sul ring si affrontano il piccolo appena arrivato e la donna-neomamma. E’ come se ogni tanto la sensazione fosse che ci può essere un solo vincitore: o io, donna e ora anche mamma, che desidero essere e tornare come prima, o tu piccolo tiranno, bello e tenero a volte, ma anche così “impegnativo”.
E’ una sfida tutta attuale, che si gioca giorno per giorno alla ricerca di un equilibrio mai dato una volta per tutte.

Da questo punto di vista non stupisce quindi l’affermazione da cui siamo partiti.
Il portare può davvero sembrare una pratica obsoleta, contraria alle esigenze delle mamme e ai loro bisogni, soprattutto se non si riescono a riconoscere, accanto al bisogno di riposo e di ritrovare spazi per sé, i bisogni profondi legati al nuovo ruolo di madre.

La maternità è un periodo di cambiamento profondo per la donna che può scegliere di lasciarsi conquistare da questa nuova avventura, oppure di fare come se nulla fosse cambiato in lei e fuori di lei.
Ai giorni nostri molte sono le scelte possibili per le donne.
Si diventa mamme spesso in modo più consapevole, perchè lo si desidera e non solo perchè questo è l’unico modo di affermarsi, di diventare se stesse, o solo perchè “si fa così”, come poteva accadere alle nostre nonne.

Questa consapevolezza, nata grazie a secoli di emancipazione femminile può aprire nuovi sguardi anche sulle pratiche di cura dei nostri piccoli e su come vogliamo essere e diventare mamme.
La fascia può essere o il segno di un’inspiegabile retromarcia e quindi non solo da considerare inutile, ma anche contraria alla donna, o può essere il segno di un nuovo modo di vivere la maternità da parte di donne e madri consapevoli e desiderose di esprimersi al meglio anche in questa nuova dimensione di sé.

Questo processo porta alla definizione di un nuovo stile genitoriale, nel quale si ricerca un equilibrio tra i bisogni di tutti, piccoli e genitori.
La fascia non ha nessun potere malefico, come si legge alla fine del post segnalato, la forte attrazione prodotta dalle immagini dei bambini portati e dei loro genitori felici non è frutto di particolari incantesimi. Sono solo immagini che parlano di una relazione intima e piena, davvero soddisfacente e per questo attraggono, soprattutto una neo mamma o un neo papà che, grazie al loro piccolo, sono stati trasformati in genitori.

Foto © PicturNet Corbis

Al centro: la persona

15/07/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Spesso su questo blog abbiamo parlato della pratica del portare e dei diversi supporti soffermandoci sul senso che ha che questa azione.
Questo riportare sempre la riflessione al perchè è una caratteristica del nostro stile nel parlare di questo argomento con i genitori. E’ uno stile dato non solo dalla nostra preparazione come educatrici e pedagogiste, ma anche da una profonda convinzione: il portare e i diversi supporti che si usano per compiere questa azione sono degli strumenti, non sono il fine, ciò a cui tendere.

Ogni volta che si parla di questo tema o ci si interroga su questa antica pratica, occorre scegliere dove puntare il proprio obiettivo e cosa mettere a fuoco, in primo piano. Per noi questo significa sempre riportare alla mente che il centro non è tanto la pratica, o lo strumento, ma la persona.

Certo la correttezza tecnica di una legatura o la qualità di uno strumento non sono marginali per portare il proprio piccolo in sicurezza e piacevolezza, ma occorre anche non lasciarsi prendere solo da queste questioni tecniche e strumentali.
Nella nostra ipotetica fotografia, l’obiettivo dovrebbe mostrare con nitidezza la relazione che la tecnica e lo strumento permettono e sostengono. E in questa relazione la persona, le persone, che la vivono e la tessono istante per istante.

Ricordarsi che il centro è la persona ci aiuta a non sbilanciarci. Questo aiuta molto chi propone questa modalità di cura ai genitori, ma aiuta soprattutto i genitori.
Il portare è un’esperienza intensa e estremamente ricca sia per i genitori che per i piccoli, un modo di conoscersi e crescere insieme. Se ci si accorge che, in qualche occasione, l’attenzione è presa da altro, dal contorno della foto, occorre chiedersi come mai e provare a ribilanciare la situazione.

Il rischio, altrimenti, è quello pensare al portare come un’ennesima cosa da imparare, che fa sentire inadeguati e fragili, in una fase così delicata come i primi anni di vita con il proprio piccolino.
Rimettere al centro la persona, ovvero rimettersi al centro insieme al proprio piccolino, aiuta ad assaporare fino in fondo la ricchezza che questo gesto quotidiano può regalare.

Foto © Mammarsupio

Portare un piccolo in casa

15/07/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Spesso le mamme in gravidanza, che si avvicinano al mondo del portare chiedono:
Posso portare il mio bambino anche in casa?

I supporti per portare sono strumenti comodi e molto versatili. Si possono usare ogni qualvolta la mamma e il bambino ne sentano il bisogno o ne abbiano piacere.
Queste due dimensioni, bisogno e piacere, sono sempre compresenti quando si porta un piccolino: si ha bisogno di portarlo per avere le mani libere e, contemporaneamente, per rispondere ai suoi bisogni più profondi.
Il portare quindi risponde molto bene ai bisogni del bambino e dei genitori, ma è anche un’esperienza intensamente piacevole, perché si sta insieme e si sta bene insieme.

Per questo motivo i supporti per portare (fasce, mei tai,…) si possono usare ovunque, proprio perchè il significato del portare va ben oltre a quello del semplice trasporto, che sembra suggerire il solo uso all’aperto.
Si porta per stare insieme, quindi il luogo non ha alcuna importanza, perchè al centro c’è la relazione, ci sono la mamma/papà e il bambino.

Quindi se si sente la necessità o il piacere di utilizzare uno strumento dentro casa, non solo si può fare, ma può essere un modo davvero di conciliare i bisogni degli adulti con quelli dei piccoli, perchè un buon strumento consente alla mamma di stare accanto al suo bambino mentre si occupa delle piccole faccende quotidiane, della casa, degli altri fratellini.
In questo modo il bambino sarà soddisfatto ma anche la mamma sarà più serena perché potrà dedicarsi anche a ciò che deve/vuole fare.

A presto!
Oca Caterina

La fascia lunga

13/07/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

La fascia lunga è un supporto non strutturato: si presenta come un pezzo di stoffa lungo all’incirca 5 m (ne esistono anche di più lunghe o di più corte, ma questa misura è la più diffusa) e alta circa 70/90 cm. E’ il supporto che ha la struttura più semplice e proprio per questo si rivela essere molto versatile.

La fascia lunga reinterpreta il panno tradizionale usato dalle mamme africane e rende il portare accessibile e praticabile anche alle mamme di altre culture. In particolare, con la fascia lunga si riesce a portare comodamente davanti. Risponde, quindi, molto bene alle esigenze dei genitori delle società industrializzate che basano molto la relazione con i propri piccoli sul contatto visivo.
La fascia lunga consente di portare un bambino dalla nascita fino ai tre anni circa. Le diverse e numerose legature permettono di portare pancia a pancia, sul fianco e sulla schiena.

Attualmente, anche in Italia, la fascia lunga si è diffusa molto e sono disponibili ormai diverse fasce realizzate con tessuti diversi che le caratterizzano e le diversificano per l’uso.

Nei diversi blog sul tema del portare si trova spesso la differenziazione tra “fascia rigida” e “fascia elastica”.
Le fasce dette elastiche sono supporti realizzati in jersey con una buona percentuale di cotone e la restante parte con elastane. Sono fasce molto morbide, apprezzate per portare i bambini molto piccoli, che però, con il crescere del peso del piccolo, cedono.

Le fasce rigide, chiamate così per contrapporle alle precedenti, sono in tessuto, realizzate spesso con una particolare tramatura diagonale, di solito in cotone o lino. Sono fasce che offrono un’ottima stabilità, ideali per chi porta sulla schiena bambini grandi.

Ne esistono una variante che sui siti in lingua inglese sono classificate come knitted wrapp, ovvero fasce tessute a maglia. Sono fasce simili a quelle elastiche per la tessitura, ma realizzate con una fibra 100% naturale, di solito in cotone, ma si trovano anche in fibra di bambù. Sono fasce dette anche morbide.

La fascia lunga è un supporto che può destare all’inizio qualche perplessità o dubbio. Molti genitori sono spaventai dal fatto che, essendo un supporto senza alcuna struttura, è poco immediato nell’uso.
Di fatto, se si sceglie di provare a portare con la fascia lunga, ci si accorge che basta davvero superare i timori iniziali per regalarsi delle esperienze uniche e indimenticabili con il proprio piccolo.

Foto © Mammarsupio

Il mondo: un pezzo alla volta

07/07/2014  |  Portare, Spunti Educativi  |  No Comments  |  Share

Stimolare.
Rischia di diventare una preoccupazione e una grande occupazione per i genitori anche dei piccolissimi.

Diversi studi degli ultimi trent’anni hanno mostrato, sotto diversi punti di vista, le enormi potenzialità e capacità di un piccolo ancora nella pancia della sua mamma. Tutte queste scoperte hanno posto le basi sia di una atteggiamento di crescente rispetto verso il neonato, considerato ora davvero una persona capace, sia della consapevolezza dell’efficacia di alcuni interventi precoci.
Tutto questo ha di fatto aiutato molti piccoli e molte famiglie: si sono diffuse delle buone pratiche che hanno di fatto cambiato, nella concretezza, la vita dei piccoli e dei loro genitori, grazie a questo nuovo sguardo sul neonato.

Questo cambiamento progressivo ha favorito anche una genitorialità più consapevole: si diventa genitori, spesso, con molte informazioni che consentono di scegliere, nella coppia, come voler educare i propri figli, cosa offrirgli e cosa evitare.
Ma le informazioni e le scoperte scientifiche non bastano, anzi rischiano di essere fuorvianti, se inducono scelte superficiali, perché non approfondite o non ragionate.
La superficialità rischia di sostenere la ricerca affannosa di quella tecnica o di quel metodo che potrà stimolare al meglio il piccolo e assicurargli un futuro migliore.

Sono atteggiamenti molto frequenti, che nel nostro lavoro di sostegno alla genitorialità incontriamo. Quando questo ci capita ci aiuta fermarci a riflettere con i genitori a partire da uno spunto tratto dal pensiero di Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista inglese che suggerisce che uno dei compiti di una mamma sufficientemente buona è quello di presentare il mondo al proprio piccolo gradualmente, un pezzo alla volta.

Come genitori è vero che abbiamo il compito e la responsabilità di far scoprire il mondo al nostro piccolo, di stimolarlo, ma in un modo davvero particolare, ovvero pezzo a pezzo, nella misura in cui questo bimbo riesce ad apprezzarlo e a coglierlo.
Questo pensiero offre un’indicazione preziosa a chi desidera stimolare il proprio piccolo perché ritiene che questo possa davvero essere un compito del genitore, indica uno stile fatto di pazienza, lentezza e gradualità.

Uno stile che si concretizza anche nella pratica del portare. Il piccolo scopre il mondo che lo circonda, rassicurato dal contatto con la mamma o il papà.
Lo scopre un pezzettino alla volta, insieme a loro, affrontando con la medesima serenità sia situazioni conosciute, sia sconosciute e inedite.
Lo scopre, inoltre, nelle misura di cui è capace e può goderne, perchè, se troppo stanco, può abbandonarsi al sonno con serenità sul corpo di chi gli vuole bene.

Foto © Leigh Bishop Photography

Per quanto tempo portare

07/07/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Chiara, mamma di Elisa, ancora nella pancia ci chiede:
Per quanto tempo posso portare il mio bambino?

Questa è una domanda che può avere un duplice significato: ci sono genitori che chiedono per quanto tempo ogni giorno si può portare un piccolino e altri, che guardando avanti, si chiedono per quanto tempo potranno portare un bambino.
Quello che occorre sempre ricordare è che il portare è un modo di stare ed entrare in relazione con i propri piccoli, un modo di prendersi cura di loro. Per questo non c’è una ricetta che va bene per tutti, né che va bene sempre, durante il percorso che i genitori fanno con i loro piccoli.

Ogni mamma e ogni papà, insieme con il piccolo, sceglieranno quanto usare la fascia e in quali occasioni.
All’inizio, è consigliabile iniziare ad utilizzare la fascia o un supporto con gradualità, così che genitori e bambino si possano abituare a questo strumento. Se si vivrà un’esperienza piacevole e intensa, sarà spontaneo cercare di riviverla anche nei giorni seguenti, magari per tempi via via più prolungati. Il portare si rivelerà un buon modo di stare insieme sia per affrontare le piccole sfide quotidiane, sia per vivere insieme momenti di piacevolezza.

Questo atteggiamento sarà anche la bussola per orientarsi quando il piccolo cresce: fino a che età si porta un bambino? Per quanto tempo si porta un bambino grande?
La risposta è sempre basata sul senso del portare: si porta un bambino fino a quando lui e i genitori lo desiderano. Se entrambi riconoscono lo spazio e il tempo del portare come un’esperienza buona e significativa, si porterà anche un bimbo grande, di tre anni, in alcuni momenti e occasioni.

Se ascoltati e rispettati, anche attraverso questo gesto, i bambini ci stupiranno: saranno loro, con estrema chiarezza a chiedere di essere portati e anche a chiedere di essere lasciati andare

A presto!
Oca Caterina

La fascia ad anelli

04/07/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

La fascia ad anelli è un supporto semi strutturato come il mei tai.

Esistono in commercio due varianti di questo strumento: la fascia ad anelli a coda chiusa e quella a coda aperta. Sono supporti abitualmente realizzati in cotone o lino e hanno degli anelli che ne permettono la chiusura.
La fascia ad anelli a coda aperta si presenta come una striscia di tessuto rettangolare, lunga tra 170 e 200 cm circa e alta circa 70 cm . Ad un’estremità del tessuto sono cuciti due anelli di solito di alluminio.
La variante a coda chiusa, più strutturata della precedente, si presenta invece come una piccola amaca. Ad un’estremità sono cuciti i due anelli e, all’altra estremità, il tessuto termina con una piccola coda che cuce e raccoglie il tessuto.

Entrambe le varianti si indossano abbastanza facilmente e per questo sono di solito apprezzati dai genitori che cercano un supporto agile da mettere e togliere.

La fascia ad anelli, sia a coda aperta che chiusa, è un supporto monospalla, ovvero scarica il peso su una spalla e poi sul fianco opposto. Per questa ragione non è indicata per i genitori che soffrono di mal di schiena, che di solito preferiscono un supporto che scarichi il peso in più punti (fascia lunga o mei tai ad esempio) o per chi cerca un supporto per fare lunghe passeggiate.
Di contro, questo supporto, proprio perchè intuitivo, è molto apprezzato per i tragitti brevi e nella fase in cui i bambini iniziano a camminare e chiedono di saliere e scendere dalla fascia con frequenza e da chi desidera portare sul fianco.

La fascia a coda aperta permette di regolare meglio la tensione dei due orli (superiore e inferiore) del tessuto, permettendo una migliore regolazione della tensione, rispetto a quella a coda chiusa.

Si può portare il piccolo in posizione culla, pancia a pancia, sul fianco e anche sulla schiena.
Occorre prestare molta attenzione nella posizione a culla, affinchè il bambino assuma una posizione semiseduta, con la testa alta, appena sotto la spalla di chi porta, e non chiuda in questo modo le vie aeree. Anche in questa posizione il viso del bambino deve essere ben visibile e non coperta dal tessuto.

Per portare con la posizione pancia a pancia, si consiglia di solito che il bambino abbia acquisito un sufficiente controllo posturale e del capo, perchè la schiena e il collo del piccolo sono sostenuti solo da uno strato di tessuto (la medesima posizione con la fascia lunga è assicurata da un triplo sostegno dato dall’incrocio delle fascia).

Foto © Didymos

Si puo’ fare tutto con un piccolo in fascia?

02/07/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Con il bambino in fascia o nel mei tai posso davvero fare tutto?
Molti genitori spesso ci rivolgono questa domanda.

Un buon supporto garantisce al piccolo portato comodità e stabilità e all’adulto una grande sicurezza. Tale sensazione di sicurezza spesso nasce dal fatto che si percepisce il peso scaricato in modo ottimale sul proprio corpo. Inoltre, un buon supporto permette all’adulto e al bambino di avere il medesimo baricentro.
Queste due caratteristiche infondono una grande sicurezza nell’adulto che sperimenta una gran libertà e facilità nei movimenti.

Questa piacevole sensazione sta spesso alla base dell’impressione che con un bambino in fascia o in un altro supporto “si possa fare davvero tutto”.
Questo in parte è vero: la libertà di movimento e le mani libere permettono al genitore di fare davvero molte cose, con gran facilità e piacevolezza sia per lui che per il piccolo.

Questa sensazione però non deve mai far dimenticare delle semplici precauzioni che permettono di portare il piccolo in sicurezza.
Occorre ricordarsi che i corpi tra loro parlano e dialogano: i movimenti di chi porta devono essere il più possibile armoniosi e lenti per non provocare disagio al piccolo.  Inoltre, il portare è sempre una modalità di relazione e quindi, accanto alla motivazione più pratica e concreta che spinge a portare un piccolo, non deve mai mancare desiderio di stare insieme.
Seconda cosa, sono sempre da evitare comportamenti o azioni che possono mettere a rischio l’incolumità del piccolo.

Entro questi chiari e precisi limiti, sì, con un buon supporto si possono fare molte cose!
Ogni volta che si ha un dubbio sul fare o non fare una determinata cosa con un bambino in fascia, occorre sempre provare a mettersi nei “suoi panni” e chiedersi: “Io come mi sentirei al suo posto se mi accadesse questo?”

A presto!
Oca Caterina

Il portare: una modalita’ di cura

26/06/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Nel nostro lavoro, nei gruppi o nelle consulenze pedagogiche individuali, ci capita molto spesso di partire dalle situazioni concrete, dai problemi quotidiani, per poi spostarci a riflettere su un altro piano. La concretezza apre sempre le porte alle domande sul senso, sul perchè.

Questo passaggio, siamo solite farlo anche quando ci confrontiamo con i genitori sul portare. Le domande concrete relative ai supporti, alle diverse legature possibili, alle opportunità e ai dubbi su questa arte, sono sempre buone occasione per riflettere sul perchè ci si avvicina a questa pratica.
 “Perchè portare il mio bambino?” è una domanda importantissima da porsi sia all’inizio di questa avventura, sia ogni tanto, mentre cresciamo, nel nostro essere genitori, con il nostro piccolo.

Le risposte possono essere molteplici.
Spesso nascono da fattori concreti. A Milano incontriamo spesso mamme che decidono di portare il proprio piccolo per ragioni di “sopravvivenza”: vivere in un palazzo senza ascensore, prendere i mezzi pubblici, uscire comodamente con l’ombrello, affrontare le innumerevoli barriere architettoniche …. Si impara a portare per riuscire a muoversi agilmente in città e non solo.
Altri genitori si avvicinano al mondo del portare perchè oggi, anche in Italia, questa pratica è maggiormente diffusa. Li spinge la curiosità, la dritta di un’amica, o il consiglio di qualche operatore. Spesso questi genitori sono attratti dalla pratica in sé o dal fatto che si fidano di chi lo ha loro consigliato. Portano il loro piccolo perché si trovano bene, perchè li fa stare bene o anche solo perchè vedono altri genitori farlo e scoprono che questa cosa fa anche per loro.

Spesso, tutti questi genitori, che partono da motivazioni diverse, nella pratica, portando i loro piccoli, scoprono ragioni più profonde che possono motivare il loro “perchè”.

Il portare è una modalità di prendersi cura dei più piccoli: si porta, qui e in altri luoghi nel mondo, per rispondere ai bisogni dei piccoli. I genitori che portano il loro piccolo scoprono che attraverso questo gesto, molto quotidiano, riescono a prendersi cura in modo amorevole del loro piccolini, riuscendo a coniugare anche i loro bisogni e le necessità imposte dalla vita quotidiana. Alle volte questa motivazione profonda è presente sin dall’inizio nei genitori, altre volte è una scoperta che deriva dall’aver sperimentato un grande benessere in questo gesto, scelto per altre ragioni. In tutti coloro che si lasciano interrogare in profondità da ciò che avviene e accade nella relazione con i lor piccoli, il portare lascia dei doni inaspettati, base davvero per una relazione ricca e significativa con i propri piccoli.

Foto © Mammarsupio