Quali “no”?

05/02/2013  |  Primo Anno, Spunti Educativi, Vita in Famiglia  |  1 Comment  |  Share

“I bambini devono imparare molto semplicemente 

che dire “no” è una parte fondamentale delle relazioni umane”

Jesper Juul – La famiglia che vogliamo

Nel post precedente abbiamo toccato il tema del contenimento riferito al neonato. Spesso ci si chiede se è possibile riferire questo concetto a bambini cresciuti e, nel caso, come sia possibile contenerli. Coloro che non sono più poppanti hanno anch’essi bisogno di essere contenuti?

Come già abbiamo detto, il bambino, fin da neonato, ha necessità di essere contenuto, e i genitori hanno il compito di contenerlo non solo fisicamente ma anche psichicamente.

Se è semplice immaginarsi di contenere un neonato, è sicuramente più complesso pensare di contenere il bambino più grande.

Innanzitutto è doveroso premettere che i confini rendono sicuri i bambini, danno delle sponde entro i quali muoversi. Se proviamo a immaginarci in un ambiente sconfinato che non conosciamo, senza nessuna indicazione su dove andare e cosa fare, con ogni probabilità ci sentiremo smarriti e spaesati. La stessa cosa vale per i bambini in assenza di confini.

La più grande forma di contenimento che il genitore può dare al suo bambino è dare regole e limiti. Porre dei limiti significa offrire al bambino dei confini entro i quali muoversi, quelli che danno la sicurezza di essere su un terreno conosciuto e quindi esplorabile.

Sono le regole che il bambino apprende vivendo la quotidianità che gli infondono un senso del limite e dei confini.

Questo non significa sommergere il bambino di regole che possano farlo sentire accerchiato e privo di libertà, che lo limitino in ogni sua forma di espressione, significa invece cercare un senso in ciò che si vuole trasmettere al proprio figlio, e in base a quello stabilire delle regole che possano rispecchiare l’obiettivo educativo che ci si è posti.

Nessuno dall’esterno potrà stabilire quali sono le regole che saranno valide in una determinata famiglia. Sta al buon senso dei genitori calibrare le regole e le modalità su ciò che ritengono essere davvero importante.

I limiti, le regole, devono essere sempre rispettosi del bambino e dei suoi vissuti, questo significa che non devono essere dettate dall’impulso del momento (se tutti i giorni si può giocare a palla in casa, non che perché oggi io sono arrabbiata per altri motivi che lo proibisco senza dare ulteriori spiegazioni), ma che rispecchino il modo d’essere dei genitori.

Tienimi con te

30/01/2013  |  Neonato, Parto, Portare, Primo Anno, Spunti Educativi  |  1 Comment  |  Share

È molto comune usare negli scritti o nei dialoghi parole sulle quali poi non ci si sofferma ad analizzare il significato profondo. E così accade spesso che si parli dei bisogni dei bambini e di come questi abbiano la necessità di essere contenuti, ma poco si approfondisca cosa realmente significhi il termine “contenere”.

Partendo dall’etimologia del termine, contenere significa letteralmente “tenere insieme”.

Il contenimento è una risposta che alla madre viene naturale e che dà istintivamente ai bisogni del bambino. La mamma all’inizio della vita del bambino ha la funzione di contenerlo sia fisicamente che psichicamente. Se abbiamo l’occasione di vedere un’immagine scattata a seguito di un parto naturale e fisiologico, ci rendiamo conto che il primo gesto, istintivo, che fa la mamma è di accoglienza totale del bambino con il proprio corpo e le proprie braccia.

Ma perché è così importante il contenimento per il neonato? Che significato ha per lui?

Con la nascita il neonato passa dall’utero, uno spazio caldo, acqueo, ristretto ed elastico, che risponde a tutti i suoi movimenti, ad uno spazio vuoto, freddo e aereo che non risponde più ai suoi segnali. I suoi movimenti non hanno la minima influenza sull’ambiente. Per abituarsi a questo passaggio, spesso difficile e destabilizzante, il neonato ha bisogno di gradualità e accompagnamento. Ciò che meglio risponde alle sue prime esigenze, di temperatura ottimale, che lo confina senza costringerlo, che risponde ai suoi segnali corporei, è senza dubbio il corpo del genitore. L’essere contenuto permette al bambino di sentire il suo corpo, di percepire i suoi confini, riveste quindi una notevole importanza per il suo sviluppo fisico e psichico.

Essere tenuto in braccio fornisce al bambino un tipo di contenimento di tipo “attivo”, nel quale la parte attiva la fa il corpo del genitore e le sue braccia, mentre nella fascia avrà un contenimento semi-passivo, infatti la fascia offre un’ottima opportunità di contenimento stabile e fisso, o ancora in un telino avvolto come nel wrapping avremo un contenimento totalmente passivo.

Il contenimento attivo e semi-attivo permettono al bambino di sentire la sicurezza della presenza dell’altro, mentre con il contenimento passivo abbiamo solo l’opportunità per il bambino di percepire i propri confini senza la necessità di un corpo che contenga ulteriormente.

 

Io sono pronto…. E tu?


Quindi i bambini si svezzano semplicemente perché non possono farne a meno. Glielo impone la legge della natura. La legge della sopravvivenza.”

Lucio Piermarini, Io mi svezzo da solo

 

Nel post di ieri abbiamo parlato dei tempi di ogni bambino, di come sia importante seguire il loro ritmo ed osservarli per non anticipare lo sviluppo naturale. Oggi approfondiremo il tema dello svezzamento, passaggio cruciale per ogni genitore.

Come capire quando il bambino è pronto per assaggiare del cibo diverso dal latte? Come fare a rispettare i suoi tempi?

Innanzitutto, come dicevamo qui, osservandolo nei suoi atteggiamenti e fidandosi di lui, al pari di quanto lui si fida di noi.

A tal proposito sono pochi gli elementi da valutare.

Innanzitutto dobbiamo considerare se il bambino mostra interesse per il cibo che abbiamo nel piatto e per quello che è presente a tavola. Ad esempio mentre siamo a tavola cerca di afferrare quello che abbiamo nel piatto o, se è nel suo seggiolone, si protende in avanti verso la tavola.

Altro indicatore importante è che il bambino stia seduto da solo e che abbia una buona coordinazione oculo-manuale (riesca a portare oggetti alla bocca con facilità).

Prima di quest’epoca è raro che il bimbo sia capace di deglutire alimenti solidi, il riflesso di estrusione della lingua glielo impedisce (è un riflesso che serve a proteggere il bambino dall’introduzione di alimenti non liquidi dal momento che il suo corpo non è ancora pronto per riceverli).

Se si aspettano e rispettano questi pochi ma importanti segnali del bambino, non ci sarà bisogno di ricorrere ad omogeneizzati e pappe pronte, ma lo si potrà accompagnare nel percorso dello svezzamento aiutandolo a scoprire i vari alimenti presenti sulla tavola, lasciandolo libero di esplorare e assaggiare. Questo passaggio presuppone che la famiglia segua una dieta corretta e priva di alimenti troppo elaborati (ad esempio cibi fritti, precotti…), per molti genitori lo svezzamento del proprio figlio rappresenta, infatti, la giusta occasione per nutrirsi con maggiore attenzione e selezionare meglio le materie prime con cui cucinare.

I tempi giusti

09/01/2013  |  Neonato, Primo Anno, Spunti Educativi, Vita in Famiglia  |  No Comments  |  Share

In un tempo in cui sembra che i bambini debbano crescere a tappe prefissate da tabelle mediche e scientifiche, suona ancora molto strano che si parli di rispetto dei tempi del bambino e del non forzare le fasi del normale sviluppo del bebè.

I neogenitori che per la prima volta entrano in contatto con questa “teoria” del rispetto dei tempi del bambino possono sentirsi disorientanti e confusi: la domanda che si fanno e che pongono ad altri è “E che cosa sono mai questi tempi “giusti”? Come faccio a capire che il mio bambino è pronto per…?”.

Le domande sono più che legittime, i dubbi fanno parte del normale percorso di ogni genitore.

La risposta viene spontanea e non presuppone particolari capacità o tecniche da acquisire: tutti i neogenitori sono in grado di capire cosa sono i tempi “giusti” per il proprio bambino. La prima cosa da fare è osservare il bambino e non pensare che questi debba raggiungere obiettivi che altri hanno fissato per lui, imparare quindi a fidarsi del bambino e dei segnali che manda, e poi… rilassarsi! E non perdere di vista l’obiettivo primario di ogni genitore: far crescere serenamente il proprio bambino, evitargli stress inutili e dannosi, rendendolo, per quanto in suo potere, un bambino felice.

Ci dicono che deve essere messo nel girello a pochi mesi se non sta nemmeno in piedi? Ci dicono che deve essere svezzato con brodini & Co. a tre mesi?

Facciamoci delle domande, osserviamo il bambino: l’osservazione permette di assecondare e rispettare le normali e sane spinte di crescita che ogni bambino ha in sé. Siamo sicuri di fare qualcosa di buono per lui semplicemente eseguendo quello che altri ci consigliano? Spesso ci facciamo prendere dalla frenesia, dal fare tutto e subito per poter dire che nostro figlio ha mangiato la prima pappa o che si addormenta da solo da quando aveva 2 giorni… di esempi ne potremmo fare tantissimi.

La cosa più semplice è essere tranquilli e realisti: ognuno agisce con i propri modi e tempi, che sono assolutamente personali e non giudicabili da altri.

Insomma, per dirla brevemente… ai colloqui di lavoro non gli chiederanno certo a che età ha mangiato la prima pappa o quando ha iniziato a star seduto da solo!

ISTRUZIONI e CONSIGLI per la FASCIA PORTA BEBE’

20/12/2012  |  Portare  |  2 Comments  |  Share

 

Dopo mesi di lavoro sono arrivate finalmente le nuove istruzioni e

…Mammarsupio ve le REGALA!!

Basta iscriversi alla nostra newsletter, è semplicissimo!

Mandate una mail a [email protected] con la richiesta di iscrizione alla newsletter, noi vi risponderemo con il pdf stampabile delle istruzioni e…TANTI AUGURI!!

Le istruzioni sono disponibili sia per la fascia che per il meitai.

NOTA:

La promozione riguardante le istruzioni è terminata il 7 gennaio 2013.

Se volete iscrivervi alla newsletter di Mammarsupio è sufficiente compilare il form che trovate in hompage sulla pagina mammarsupiostore.com

Essere o non essere, fare o non fare…?

26/11/2012  |  Neonato, Spunti Educativi  |  No Comments  |  Share

Il DUBBIO è sicuramente una delle costanti nella vita dei neo genitori, oggi.

Chi è questo bambino che accolgo tra le braccia? Perché piange? Perché dorme poco? Mangia abbastanza? Lo prendo in braccio o lo lascio nella culla? Lo vizio? Ma il vizio esiste davvero? Allatto a richiesta, ma concretamente va bene quello che faccio? Perché cresce poco? Perché cresce troppo?

E io, noi …. siamo dei bravi genitori? Come fa un bravo genitore?

…. e spesso nasce il pensiero “accidenti, le istruzioni qualcuno poteva anche darcele!!!”

Questa fase caratterizzata dal dubbio e dalla ricerca delle risposte più soddisfacenti è tipica della “nascita di un genitore”, che avviene esattamente in contemporanea con la nascita del piccolo, e coincide con l’assunzione diretta di responsabilità verso questa nuova vita.

Il dubbio è normale, anzi, potremmo dire che può essere considerato “sano” perché indice di un genitore, di una coppia, che riflette su ciò che gli sta accadendo e si interroga su quale sia la risposta più adeguata. La cosa importante è come sempre l’equilibrio: il dubbio “sano” spinge a riflettere e a trovare una soluzione soddisfacente, il dubbio “paralizzante”, invece, blocca e rende totalmente insicuri e pronti a seguire qualunque consiglio.

Ma vivere il dubbio è una cosa molto faticosa … il mestiere del genitore è molto faticoso!

Quindi cosa fare concretamente? Dove trovare le risposte?

Prima di tutto occorre la consapevolezza che le ricette servono a poco, e spesso sono dannose. Qualunque consiglio o metodo che proponga ai genitori schemi precisi di azione possono sicuramente rassicurare all’inizio i genitori, ma di fatto sostengono poco i neo genitori nell’attingere alle proprie nascenti competenze genitoriali, e soprattutto non aiutano i piccoli.

Primo fra tutti, un esempio per tutti,   (sempre meglio ricordarlo ) la Ricetta “Metodo Estivill”, dannoso e pericoloso per adulti e bambini.

Nel dubbio una delle strade possibili è quella di porsi in ascolto del proprio piccolo e di quello che cerca di comunicarci, di noi stessi, delle nostre emozioni, di ciò che ci nasce dentro, del nostro compagno/compagna del suo punto di vista. E’ solo attraverso l’ascolto attento che possiamo capire cosa ci sta accadendo, cosa sta accadendo al nostro piccolo e agir quindi di conseguenza. Se un consiglio in fondo in fondo non ci convince, meglio lasciar perdere.

IV Giornata Mondiale del Bambino Prematuro

16/11/2012  |  Prematuri  |  1 Comment  |  Share

Il progetto “Un abbraccio che fa crescere” al quale stiamo lavorando da qualche anno, ci spinge necessariamente a fare delle riflessioni in occasione della giornata del bambino prematuro. Non vogliono essere le solite riflessioni sui dati che riguardano il bambino prematuro, ci sembrerebbe sterile e impersonale, quello che vorremmo fare è scrivere un augurio, che sia per i genitori, per i bambini e per gli operatori.

Quello che desideriamo per i bambini prematuri e per le loro famiglie, mamma e papà innanzitutto, è che sia riconosciuto il loro bisogno di vicinanza, di stare insieme e a contatto fin dall’inizio della propria vita.

Ci auguriamo che si riesca a combattere il pregiudizio secondo il quale la mamma non può fare nulla di buono per il proprio bambino finché si trova ricoverato, perché “pensano a tutto gli infermieri e il personale medico dell’ospedale”. Vorremmo che queste cose le sapessero tutti i genitori, perché sono genitori anche quando il loro bimbo deve vivere per qualche mese dentro un’incubatrice e quando le uniche cose che possono fare per lui è toccarlo o fargli sentire la propria voce.

Vorremmo che i genitori imparassero che non devono sempre delegare, perché se è vero che le pratiche mediche possono salvare la vita del bimbo, sono loro che possono rendere questa vita bella e piena, e solo la loro presenza lo può fare.

Vorremmo che il personale delle Unità di Terapia Intensiva Neonatale (UTIN) capisse che se è importante salvare la vita di un bambino, è altrettanto fondamentale che lo si faccia salvaguardando l’equilibrio della famiglia nella quale il bambino sarà accolto una volta dimesso. Vorremmo che facessero loro parole di Boudin, il primo neonatologo che la storia ricordi, il quale, già nel 1898 disse “Primo salva il bambino, secondo salvalo in modo che poi, quando lascerà l’ospedale abbia una madre in grado di accudirlo.”

Ci piacerebbe che i genitori fossero visti come un aiuto fondamentale e che ne fosse riconosciuta la loro importanza.

Ci piacerebbe sapere che nelle UTIN il personale si impegni per aiutare e sostenere la relazione, anche quando i genitori vacillano e sembra che tutto sia inutile.

Ci piacerebbe sapere di luoghi a aperti, in cui i genitori vengano accolti e supportati.

Perché i prematuri prima di tutto sono dei bambini. E come tali hanno bisogno dei loro genitori, quanto delle cure mediche a loro indispensabili per continuare a vivere.

E ci piacerebbe poter dire che il bambino prematuro vive, non sopravvive, perché la vera essenza di tutto quello che si fa per curarli è per poter loro permettere di vivere, non di sopravvivere.

Vorremmo in questa sede ringraziare gli operatori che abbiamo incontrato in questi anni, perché attraverso le loro esperienze ci hanno insegnato tanto, le mamme e i papà che con la loro presenza discreta e silenziosa accanto ai loro bambini ci hanno insegnato il valore dell’attesa e dell’ascolto, e ringraziare in modo particolare i bambini minuscoli, perché la loro forza e la loro voglia di vivere nonostante l’inizio in salita della loro vita, ci fa continuare caparbiamente a credere fino in fondo nell’importanza del nostro lavoro.

Portare in inverno

15/11/2012  |  Neonato, Portare, Vita in Famiglia  |  1 Comment  |  Share

Arriva l’inverno, con le sue belle giornate limpide ma anche con le pioggie, la neve e quel freddo che a volte sembra paralizzare tutte le buone intenzioni di attivismo.

Spesso una mamma deve comunque uscire, fare la spesa, accompagnare un figlioletto alla scuola materna o dai nonni, sbrigare le mille commissioni di una giornata per la famiglia. Con un piccolo sotto l’anno di vita tutto questo diventa più complicato perchè bisogna vestirlo con mille strati, coprirlo e scoprirlo tutte le volte che si entra in un ambiente caldo, rivestirlo tra urla e pianti, ripartire e affrontare i marciapiedi sotto la pioggia o scivolosi per il ghiaccio.

La fascia porta bebè o il marsupio può essere un’ottima soluzione, certo. Con le mani libere si regge l’ombrello, il carrello della spesa, la borsa, il bimbo più grande per mano…

Ma…come ripararsi dal freddo?

Noi di mammarsupio ce lo siamo sentiti chiedere dalle mamme per diversi anni, abbiamo dato diversi consigli più o meno efficaci finchè abbiamo incontrato ” Quagga”… una piccola realtà di Torino, nata dall’esperienza di Stefano e Lorenzo  che hanno collaborato per anni con grandi marche di abbigliamento tecnico sportivo e che poi hanno voluto credere in un modo “diverso” di fare abbigliamento, dando la giusta attenzione alla filiera del prodotto e alla reciclabilità dei materiali.

Dall’incontro tra Mammarsupio e Quagga è nato lo IAKI: il primo Parka Multifunzionale.

Cosa è lo IAKI? Una giacca sportiva,caldissima e impermeabile, con un taglio molto femminile che da giacca diventa giacca premaman, poi si trasforma in giacca per portare ed infine si ritrasforma in giacca semplice da utilizzare per tutti gli anni a venire.

In questo modo abbiamo risposto alle esigenze delle mamme che volevano un capo bello ma da non dover archiviare poi con i vestiti pre-mamman  e che desse la possibilità di vivere l’inverno in libertà con il propio bimbo in città come a passeggio tra i monti.

 

 

 

 

Bambini: proteggerli o stimolarli?

19/10/2012  |  Portare, Spunti Educativi  |  No Comments  |  Share

Iperprotetti e iperstimolati sono due aggettivi che sono in forte contrasto tra di loro, a logica non potremmo descrivere lo stesso bambino come iperprotetto e al contempo iperstimolato. Il senso rischia di sfuggirci.
Eppure capita sempre più spesso che i bambini siano iperprotetti, e al contempo iperstimolati, e che i genitori sia al contempo iperprotettivi e iperstimolanti.

La protezione è un compito fondamentale del genitore. L’uomo dà alla luce cuccioli più immaturi rispetto a molte altre specie di mammiferi, bisognosi di cure e attenzioni particolari.

Gli specialisti parlano di esogestazione per definire il primo periodo di vita dei piccoli dell’uomo, periodo necessario per raggiungere un livello di maturazione sufficiente per renderlo minimamente autonomo. In questo periodo quindi un genitore “sufficientemente buono” (Winnicott) si prende cura del suo piccolo accudendolo, ascoltandolo, toccandolo, proteggendolo, in altre parole, stando con lui, in ascolto e disponibile a rispondere alle piccole e grandi richieste del suo bambino. Il bambino dal canto suo ha bisogno di un adulto così, presente, affettuoso e protettivo, che lo faccia
sentire al sicuro e amato.

Con il tempo il piccolo cresce e cresce con lui la voglia di scoprire il mondo che lo circonda. Il suo ambiente di riferimento pian piano si allarga e lui si trasforma in un intrepido esploratore, curioso
e desideroso di mettersi alla prova. In questa fase il compito di protezione del genitore si trasforma: dall’azione diretta con e “sul” piccolo, ad un’azione sempre più indiretta, sull’ambiente del piccolo.
Il genitore “sufficientemente buono” si prende cura del suo piccolo che cresce favorendone l’autonomia in contesti ambientali sicuri e protetti, in contesti sempre più ampi con il crescere del bambino. Il bambino che cresce ha bisogno di un adulto accanto a sé che lo “aiuti a fare da solo”
(Montessori)

Eppure oggi tanti genitori si trovano ad agire comportamenti contrastanti.
Nel primo anno di vita si cerca di stimolare i piccoli, perchè, ad esempio, si ritiene che già a pochi mesi debbano socializzare o che si annoino se non hanno sempre nuove cose da guardare e toccare o che adorino giochi luminosi e rumorosi. E così esponiamo i più piccoli a stimoli continui e
costanti, senza preoccuparci di fare loro da filtro e accompagnarli nelle progressive scoperte.
E quando sono più grandi rischiamo invece di sostituirci a loro in tutto, perchè li consideriamo incapaci di fare qualunque cosa, o troppo fragili …. bisognosi di protezione e aiuto.
Sta quindi un poi noi genitori ed educatori ritrovare la bussola ….
Qualche esempio concreto ….
non stordiamoli con giochi pieni di suoni e rumori da neonati, ma lasciamo che si sperimentino con forbici e colla quando sono più grandini,
oppure….
non mettiamoli in fascia o nel marsupio “faccia al mondo” quando sono piccoli, ma lasciamoli
giocare e correre liberi al parco o ancor meglio in bosco quando sono più grandi
Riusciremo in questo modo ad essere sereni e soddisfatti in due: piccoli e grandi!