Il portare tra le luci e le ombre dell’amore perfetto

15/09/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

le storie … parlano di questo: di come ci sia un posto per tutto a saperglielo dare.
Un posto anche per l’assenza. Di quante ombre sia pieno l’amore perfetto, di quante risorse inattese. Di quanti modi così diversi, e tutti senza colpa, alla fine: i modi che ciascuno trova.
Certi drammatici, certi lievi e pieni di allegria” 

Conchita De Gregorio, Una madre lo sa 


Quando si parla di portare i più piccoli, del suo senso, di ciò che accade nella relazione si può correre un rischio grande.
Ce ne accorgiamo anche riscorrendo e facendo memoria dei post qui pubblicati.

Spesso gli obiettivi di chi scrive si possono condensare in questo: fare cultura.
Questa pratica di cura è ancora molto sconosciuta da noi, in Italia e non solo, e soprattutto sono ancora molte le obiezioni che si trova ad affrontare un genitore che sceglie questo per sé e per il proprio piccolo. Quindi si scrive di supporti, ma soprattutto di tutto quel che sta dietro al portare, mettendo in luce la magia che accade.

Magia che accade davvero, perchè ha le radici in quello che accade tra la mamma e il suo piccolo nei mesi unici e irripetibili della gravidanza e delle prime scoperte insieme.
Nel fare questo si illustra a pieno la fisiologia, quello che dovrebbe accadere se tutto procedesse al meglio, nel rispetto del piccolo e del sua mamma.

Il rischio quindi è quello di tracciare quasi un alone mitico attorno a questa pratica, di fare uno schizzo di una relazione genitore-bambino che possa, per alcuni e in alcune situazioni, essere irrealistico e molto lontano dalla realtà.
Già, perchè la realtà alle volte si distanzia da queste immagini abbozzate, e, a volte, di molto.

Alle volte la gravidanza non è, né per la mamma né per il suo piccolo, un momento idilliaco e spensierato: problemi e fatiche, patologie, la nascita prematura. E poi ancora il parto, magari indotto, non rispettato o medicalizzato perchè la salute di entrambi è a rischio.
Anche il puerperio potrebbe non essere quel momento così speciale per conoscersi e riconoscersi: la fatica in questo periodo è grande e non tutto e non sempre fila liscio e il nostro piccolino, sebbene amato e desiderato, alle volte ci può gettare addosso una fatica che si percepisce insostenibile.

Sono “le ombre dell’amore perfetto”. Non c’è nulla di cui vergognarsi, perchè fanno parte della vita, occorre piuttosto avere la forza e il coraggio di provare a dare “un posto” a tutto questo e di viversi genitori a partire da chi si è, come persone e come famiglia.

In questa prospettiva anche il portare assume un significato ancora più profondo.
Portare il proprio piccolo non è riservato solo ai genitori ideali di un ipotetico manuale.
Si porta il proprio piccolo per stare con lui, e si parte sempre da chi si è, nella situazione in cui si è. Poco importa se tutto non è perfetto o non è stato perfetto.

Questa pratica porta con sé indubbiamente un ideale, ma non deve rimanere intrappolata in esso. E, quindi, portate quando ve la sentite, quando ne avete voglia o anche bisogno, cercando di essere il più possibile autentici in quel gesto, anche se magari un po’ imperfetto, poco da manuale.
Il resto verrà da sé: proprio perchè questo gesto risponde ai bisogni più profondi del piccolo e di chi si prende cura di lui, regala sempre magie inattese, a tutti.

Foto © Corbis_Kevin Fleming

L’arte del distacco lento

08/09/2014  |  Portare, Primo Anno, Spunti Educativi  |  No Comments  |  Share

La nascita è il primo e vero distacco che il piccolo vive. Prima cullato nel ventre della sua mamma, poi, quasi improvvisamente, catapultato in un mondo diverso, nuovo, così altro.
La nascita segna un punto di non ritorno: nessuno potrà mai vivere come se fosse “ancora nella pancia”.
Nei primi mesi la mamma cerca di ridare al piccolino una continuità con quell’esperienza originaria, ma non sarà mai come quei mesi magici della gravidanza.

I nove mesi speciali nella pancia, sono seguiti da nove mesi altrettanto speciali, fuori o “sopra” la pancia. Gli esperti chiamano questi due periodi endogestazione e esogestazione, mettendo bene in luce che entrambi sono parte integrante del processo di gestazione, di maturazione, necessaria al piccolo.

E l’esogestazione, se è indubbiamente il tempo della fusione, del cercare di ricreare il più possibile familiarità e continuità con il periodo precedente, è anche il periodo per porre le basi per il distacco che verrà.
Una delle ragioni perchè questo tornare indietro è impossibile è scritta proprio nel piccolo, nel suo corpo, così immaturo, ma che cresce rapidamente, come rapidamente crescono anche in lui le competenze per affrontare con gradualità il mondo esterno.
Ogni giorno il piccolo sotto gli occhi attenti e premurosi dei genitori cresce e si manifesta. Scopre nuove capacità ogni istante e le esercita e le usa per scoprire e approcciarsi al mondo che lo circonda: lo sguardo che si fissa un pochino più a lungo sul volto della mamma, i primi movimenti del capo alla ricerca della voce o della luce, la scoperta delle manine, afferrare e lasciare, riuscire a stare seduti e infine gattonare.

Questa lenta e progressiva autonomia trasforma la qualità e la concretezza dello stare insieme.
Il periodo della fusione non è un periodo uguale a se stesso, ma è un periodo incredibilmente dinamico, anche se caratterizzato dalla quiete e dalla lentezza. Il piccolo chiede all’adulto che sia presente con pazienza e calma, che lo accompagni nella sua nuova avventura e che ogni giorno sostenga i passi in avanti e accolga quelli in dietro.

All’adulto è chiesta l’arte del distacco lento: rimanere certi e presenti nella fusione, permettendo e sostenendo tutti i piccoli distacchi quotidiani che portano alla progressiva autonomia.

I genitori che portano i loro piccoli scoprono pian piano che questo atteggiamento è una guida salda anche rispetto a questo aspetto della cura.
“Quanto portare?” è la domanda che ogni tanto qualche mamma si fa. La misura la si trova ogni giorno, insieme: alle volete si porterà a lungo, alle volte meno, assecondando i bisogni del piccolo che cresce e che ricerca la sua mamma e il suo corpo in modo nuovo e diverso con il passare del tempo.

In questo modo, fin dai primi mesi, si accompagna il piccolo al distacco, che più che un momento, è un processo che vivrete insieme per tutta la crescita.

Foto © Agazzi

Portare per accompagnare i nuovi inizi

05/09/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Settembre è tempo di inizi. Il tempo estivo delle vacanze termina e si ricomincia. I genitori tornano al lavoro e anche per i piccoli la routine, consolidatasi in questi mesi, ricambia con la riapertura degli asili e delle scuole.

In particolare per alcuni piccolissimi settembre è un tempo davvero di cambiamenti, infatti, per molte mamme in questi giorni si conclude il congedo parentale e il loro tempo dedicato esclusivamente alla famiglia. Per questi piccolini, quindi, questi sono i giorni del primo vero grande distacco dall’ambiente famigliare, dalla mamma, e dell’inizio di nuove avventure al nido, a casa dei nonni, o con bebysitter o tagesmutter.

Di fronte a questi cambiamenti alcuni genitori sono tentati, spesso perché mal consigliati, di abbandonare il portare.
L’idea di fondo è che se porto il mio piccolino lui farà più fatica ad affrontare il distacco e, quindi, fascia e mei tai vengono chiusi nell’armadio.

Eppure il portare, in questa fase delicata della vita famigliare si dimostra essere una strategia formidabile.
I cambiamenti emozionano sempre, sia i grandi che i piccoli. Si possono vivere anche emozioni molto contrastanti: essere contenti per ciò che accadrà di nuovo, fino ad essere euforici, e, contemporaneamente, provare anche una profonda paura o disagio.

Questo può accadere agli adulti e anche ai piccolini, che spesso lo manifestano a “modo loro”.
Una delle strategie che molti bambini mettono in atto è quella che potremmo definire della cozza. Il piccolo entra in azione quando, dopo la separazione, finalmente incontra di nuovo la sua mamma o il suo papà. Da piccolo ometto indipendente o piccola donnina improvvisamente si trasformano in piccole cozze avvinghiate, fisicamente e non solo, allo scoglio. In brevissimo tempo lo scontro si accende: come conciliare le esigenze da cozza con la vita quotidiana, che dopo il lavoro chiama? Già, perchè non sempre e non tutti possono prendersi i tempi lunghi che il piccolo richiede per poter stare con la sua mamma e il suo papà, tempo necessario per ritrovarli e ritrovarsi, tempo insostituibile per ricaricare le energie.

Il bambino attraverso questo comportamento, che può sembrare un tornare indietro, non sta facendo un dispetto alla mamma che, anche lei stanca, lo vorrebbe autonomo proprio come l’educatrice del nido lo dipinge.
Ma quello che manifesta il piccolo non è un capriccio, ma un profondo bisogno.

Una fascia o un mei tai possono davvero essere, in questi momenti degli alleati insostituibili: se il piccolo è sempre stato portato riconoscerà lo spazio portato come uno spazio bello e buono per sé. Anche per i genitori questo momento di intimità sarà bello e ricco, perchè anche loro stanno vivendo un distacco.
Si può quindi portare mentre si va o si torna dall’asilo o dalla casa dei nonni o della baby sitter, si può portare andando al parchetto o facendo la spesa, o semplicemente anche preparando la cena.

Questo gesto non affaticherà il distacco, anzi, lo aiuterà: il piccolo ascoltato e rispettato nel suo bisogno sarà più in grado di affrontare le emozioni e anche le fatiche connesse alla separazione.

Foto © Mammarsupio

Usi alternativi per fasce e mei tai

21/08/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

In molti ci scrivete chiedendoci se abbiamo idee ed esperienze per riutilizzare delle fasce o dei mei tai che avete smesso di usare o che desiderate usare di più.

La prima cosa che ci viene in mente è che sia la fascia che il mei tai possono essere usati comodamente come “seggioloni di emergenza”. Questa soluzione risulta pratica sia quando il pranzo o la cena fuori non sono programmati e quindi e si è sprovvisti di seggioloni da viaggio o alzatine, oppure in montagna o in tutte le occasioni che per ragioni di peso e di spazio si sceglie di lasciare a casa l’attrezzatura.
Questa soluzione è ottima con i bambini che sono già capaci di stare seduti abbastanza autonomamente e hanno solo bisogno di un sostegno ulteriore che li assicuri alla seduta.
Con la fascia lunga è possibile infatti assicurare agevolmente il piccolo alla sedia avvolgendo la fascia sul busto del piccolo e, infine, legando le estremità allo schienale della stessa sedia.

Il pannello del mei tai può trasformarsi velocemente in una mutadina regolabile sulla quale far sedere il piccolo, assicurando le fasce alla sedia.
Ovviamente, non essendo un vero e proprio seggiolone, l’adulto non deve assolutamente lasciare il piccolo da solo, ma deve garantirgli sempre una costante vicinanza e vigilanza.

Per i bambini più grandi, la fascia lunga (non quella elastica) può essere trasformata in un’amaca divertente o in un’altalena e accompagnarli in questo modo per un pezzettino ancora del loro percorso.
Basta legare saldamente l’estremità della fascia lunga a due rami se si dispone di un bel giardino, o in casa ad una trave o ai gradini di una scala in legno. Se non si hanno tutte queste possibilità, può bastare anche un tavolo robusto: si stende la fascia sotto il tavolo e poi si legano saldamente le due estremità alla misura desiderata sopra il piano del tavolo: un’amaca confortevole per i più piccoli è realizzata e il divertimento è assicurato!

Anche il mei tai può trasformarsi in un’altalena divertente per i più grandicelli, che devono però avere una buona capacità di equilibrio.
Il pannello centrale diventa la seduta dell’altalena, sostenuta dalle due fasce opposte (inferiore e superiore di ciascun lato) legate tra di loro saldamente e appese ad un ramo o una trave. questo caso è consigliabile usare l’alata.

Altra idea è che la fascia può essere usata come semplice telo per creare delle piccole tane o rifugi nei quali i bambini si divertiranno a giocare e inventare storie sempre nuove: basta un tavolo al quale si fasceranno le gambe, per creare un angolino riparato o un divano dalla cui sommità far scendere la fascia fino ad una sedia posizionata poco distante.

La fantasia può suggerire davvero tanti usi alternativi di questi strumenti, se lo si desidera e se si presenta l’occasione.
Già perchè anche in questo conta il desiderio, oltre che l’occasione: la fascia o il mei tai diventano, per alcuni genitori, un segno concreto del legame con il loro piccolo. Non più solo un oggetto, ma un simbolo che rimanda ad altro, ad una realtà profonda e intima.

Per cui se non vi andasse di usare altrimenti i vostri supporti perchè “troppo preziosi” ai vostri occhi, custoditeli, come tesori, appunto. Sarà bello, in futuro, poterli ridonare e consegnare ai vostri bimbi ormai grandi perchè la usino a loro volta oppure custodirla per portare a vostra volta i nipotini.
Prospettiva troppo a lungo termine? E’ vero, ma le cose preziose e significative (una culla fatta da un bisnonno, un cassettone per i giochi, un abito particolare … e, perchè no, una fascia!) è bello e estremamente ricco tramandarle.

A presto!
Oca Caterina

Portare i bambini con il viso rivolto in avanti: alcuni motivi per non farlo

21/08/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Moltissime immagini pubblicitarie dei marsupi di tipo tradizionale ritraggono i bambini con il volto rivolto in avanti e la loro schiena contro il busto dei genitori. Queste immagini sono molto diffuse e quindi viene spontaneo a chi si informa sul mondo del portare e dei supporti chiedersi e chiedere se sia possibile portare in questa posizione anche con fasce, mei tai o marsupi ergonomici.
La richiesta è tale che di fatto anche alcune case produttrici di tali supporti nelle istruzioni che accompagnano questi prodotti mostrano come utilizzare fasce e mei tai in queste posizioni.

Eppure, esistono dei validi motivi per evitare questa posizione, riconosciuti e condivisi da chi si occupa di portare.
Una prima ragione che porta a sconsigliare la posizione “faccia al mondo” è il fatto che in questa posizione le gambine del piccolo assumono una posizione stirata e non rimangono sostenute nella posizione fisiologica.

Questa posizione, inoltre, porta il piccolo a scaricare tutto il suo peso nella zona genitale, che viene sottoposta a una notevole pressione, che se protratta nel tempo, non è benefica.

Una terza ragione per evitare questa posizione è che anche la schiena non assume una posizione fisiologica perchè il piccolo la inarca e la colonna non è sostenuta nelle sue fisiologiche curvature.

Inoltre, anche solo visivamente ci si accorge che il corpo del piccolino è appeso a quello del genitore e non ha alcun appoggio: la testa deve sempre rimanere eretta e sostenuta e le mani e i piedi sono a penzoloni. Questa posizione non risulta comoda al piccolo che difficilmente riesce a rilassare la sua postura.

A livello fisico è davvero una questione di incastri, come quando si gioca a Tetris e si cerca l’incastro migliore tra due forme diverse: i corpi di chi porta e chi è portato si “incastrano” in modo ottimale se la pancia del bambino è a contatto con quella dell’adulto e le sua gambine, divaricate, sono sostenute e appoggiate al suo busto.
Sempre per questa ragione di incastro ottimale, anche per l’adulto è meglio portare con il bimbo rivolto pancia a pancia. In questo modo il baricentro rimane lo stesso e il peso del piccolo è scaricato meglio sulla schiena dell’adulto.

A queste ragioni fisiche se ne aggiunge un’altra di tipo relazionale.
Il bambino portato con la faccia al mondo riceve tutti gli stimoli senza alcun filtro e alcuna mediazione. Sia l’aria più fredda di una folata di vento, che la confusione della folla al mercato o in metropolitana o il sole forte del mezzogiorno.
Il piccolo si trova a gestire da solo tutti gli stimoli: questa condizione, anche se apparentemente può sembrare di suo gradimento (“è contento quando lo porto così”), è comunque una fonte di stress eccessivo.

Inoltre, quando è stanco il piccolo spesso si abbandona al sonno e la posizione risulta ancora più innaturale: le gambe si stirano ulteriormente, la testa ciondola in avanti, senza trovare il sostegno adeguato e tutto il peso del corpo viene scaricato sui genitali.

Quindi, l’ottimale per il piccolo e per l’adulto che lo porta è evitare questa posizione e preferire posizioni che sostengano meglio il corpo del piccolo e che lo contengano in modo adeguato al livello relazionale.

Foto © Corbis Judith Haeusler e Frank and Helena

Non ti porto, perche’ ti voglio indipendente

21/08/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

A no, grazie, a me la fascia non interessa, non lo voglio mica viziare. Non voglio che diventi un mammone, sempre attaccato a me. Io sono per l’indipendenza!”.
Frase inventata, giusto per provocare, può pensare qualcuno.
Eppure, non è così.
E’ una frase che pochi genitori hanno il coraggio di esplicitare, ma molti lo pensano, quando gli si propone il portare e loro non sanno e non immaginano in cosa consista questa pratica e che cosa offra.

Questi genitori desiderano che i propri figli non siano come quelli del vicino o degli amici, considerati appiccicosi, che piangono a tre anni attaccati alla gonna della mamma, che tolgono il respiro. Li vogliono indipendenti.
E’ per il loro bene: solo l’indipendenza li aiuterà ad essere competitivi nello studio, nel lavoro, nella vita. Se saranno indipendenti riusciranno ad orientarsi in un mondo così complesso come il nostro, adesso.
L’indipendenza già da piccoli è la base per il domani, per la realizzazione. Quindi va perseguita, sostenuta e magari anche imposta prima possibile, possibilmente da subito.

E il portare, che si basa sull’idea di legare insieme per un tempo, anche prolungato, due corpi, quello del piccolo e quello dell’adulto che si prende cura di lui, molto si distanzia da queste idee. Anzi, si contrappone, si scontra con queste convinzioni.

Occorre fare un passo indietro, fermarsi ad osservare il piccolo che è nato, capire chi è e capire da dove viene.
Il cucciolo di uomo è prima di tutto un mammifero. Nasce dopo una gestazione che dura dieci lune, un tempo lungo in cui cresce e si sviluppa nel corpo della sua mamma, dal quale dipende totalmente.
Ci si accorge di questo in gravidanza, quando per una ragione qualunque, il corpo della mamma si ammala: immediatamente corre un pericolo, piccolo o grande in base al malessere materno, anche il piccolo.La prima esperienza del piccolo, che è quella uterina, è una esperienza segnata e caratterizzata da una profonda dipendenza dalla sua mamma.
Questa cosa lascia un forte segno anche dopo. Il piccolo di uomo non può sopravvivere senza un adulto che si prenda cura di lui. Il neonato è completamente dipendente ancora da qualcuno che lo nutra, che risponda ai suoi bisogni, che si prenda cura di lui.

L’indipendenza tanto desiderata è una realtà profondamente distante da lui, dalla sua natura, dalle sue caratteristiche. Quindi non è tanto questa o quell’altra pratica di cura che rendono il piccolo un mammone: è il neonato che, potremmo dire, “nasce mammone”, perchè senza la sua mamma, o qualcuno che si presti a fare da mamma, non può sopravvivere.

Non è quindi il portare a viziare, ma è un modo di rispondere ai suoi bisogni più profondi e di accompagnarlo nella crescita.
Anche attraverso questa pratica di cura i genitori possono scoprire che il loro piccolo, come ogni altro essere umano, non potrà mai essere indipendente, perchè mai, nella sua vita, potrà bastare a se stesso.

Si scopre quindi l’importanza di educare all’autonomia, che non è sinonimo di indipendenza. Autonomia è riuscire a fare da sé, a mettere a frutto tutte le proprie risorse per affrontare il mondo, la vita, i compiti e le sfide che si incontrano.
Una persona autonoma non solo sa di essere dipendente, ma scopre il valore e la ricchezza dell’interdipendenza.
E’ come in un balletto: la coreografia funziona ed emoziona solo se ciascun ballerino esegue perfettamente la sua parte, in autonomia e competenza, ma in perfetta sinergia ed equilibrio con quello che gli altri danzano.

Il portare non risolve tutte le fatiche o le sfide educative che i genitori si trovano ad affrontare, certo è che è una pratica basata sul rispetto e sull’attenzione, che può aprire sguardi su orizzonti nuovi per i figli, ma anche e soprattutto per i genitori.

Foto © Gene Schiavone

Autoproduzione: cosa verificare quando si sceglie un tessuto

18/08/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Ognuno di noi ha avuto modo, almeno una volta nella vita, di realizzare qualcosa per sé con le proprie mani. Sia una torta, una marmellata fatta in casa, magari il detersivo per lavare i piatti, molte volte è divertente -oltre che utile ed davvero rilassante- cimentarsi in nuove imprese, per perfezionare una tecnica o apprendere qualcosa di nuovo.

L’autoproduzione si è diffusa a macchia d’olio negli ultimi anni e ha coinvolto tantissimi settori, dall’alimentare al cosmetico. Se ci si pensa più che un approccio recente, l’autoproduzione riprende un metodo pre-industriale dove, in mancanza del prodotto fatto e finito, si realizzava da sé ciò che serviva.

Anche nel campo dei supporti per portare esistono delle mamme e delle artigiane che decidono di realizzare fasce o meitai da sole, utilizzando i cartamodelli che si trovano in rete e aggiungendoci il proprio estro personale.

Ciò che non va mai dimenticato però, è l’importanza della materia prima.

Così come non tutti i cibi sono uguali (dalla grande distribuzione al bio la strada è lunga), anche sui tessili occorre fare attenzione, perché la stoffa entra a contatto con la pelle del portatore e del portato ed è probabile che almeno una volta il bambino si metta a ciucciare il tessuto.

Se siete alla ricerca di una stoffa con cui produrre una fascia o un meitai, considerate che ogni tessuto deve obbligatoriamente avere un’etichetta che indica la composizione (nei tessuti a metro si trova sul rotolo). Visto l’utilizzo, sarà opportuno scegliere tessuti con composizioni “pure”, ovvero 100% cotone (o lino, juta, bamboo).

Inoltre è importante controllare se il tessuto possiede delle certificazioni di prodotto, cioè se questo è stato sottoposto a test che verificano la presenza, i livelli e il rilascio di alcuni componenti utilizzati durante le fasi di lavorazione (coloranti e additivi chimici). La più comune e basilare certificazione mondiale è l’Oeko-Tex® standard 100, che garantisce l’assenza di sostanze nocive nel tessuto (come pesticidi, ammine aromatiche o metalli pesanti, per citarne alcuni) sia per l’uomo che per l’ambiente.

Non è vero che i tessuti certificati costano per forza molto, si possono trovare a dei prezzi accessibili. Ciò che dovete considerare però è il tipo di supporto che andate a realizzare; ovviamente per fare un meitai servirà meno stoffa, mentre per la fascia lunga ne servirà molta di più.

Per i genitori più attenti si può scegliere un tessuto di origine biologica. Di solito i tessuti bio non hanno fibre miste e possono ricevere la certificazione Global Organic Textile Standard, una norma internazionale che controlla non solo la composizione del tessuto (più rigida dell’Oeko Tex®), ma guarda anche la filiera, l’impatto ambientale e certifica il rispetto dei diritti dei lavoratori.

Foto ©Maskot/Corbis
 

Il mei tai con i neonati: quando portare con le gambine fuori?

18/08/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Patrizia, una mamma, ci scrive:
Buongiorno! Ho una bambina di un mese e mezzo che vorrei portare in meitai. Pesa 4,5 kg. Mi chiedevo come faccio a capire quando è pronta per stare con le gambe fuori? Me lo chiedo perché all’interno inizia a puntare i piedi e ho paura che carichi il peso sulle gambe!

Ciao Patrizia!
Una mamma portatrice si accorge bene presto che un primo atteggiamento da custodire in quest’arte di cura dei piccoli è proprio l’osservazione. Sono i nostri piccoli che sanno guidarci in modo davvero sapiente e suggerirci i possibili cambiamenti e le possibili evoluzioni anche per quanto riguarda il portare.
Quindi la prima cosa è aguzzare i nostri sensi (non si osserva solo con gli occhi!) e poi metterci in ascolto di quello che il piccolo ci dice attraverso il suo corpo e il suo comportamento.

Se hai osservato che la tua piccola inizia a puntare i piedini nel mei tai quando la metti in posizione raccolta al suo interno, e ti sei accorta che questa cosa avviene in modo frequente e non è stata solo occasionale, la tua piccola ti sta, in effetti, suggerendo un piccolo cambiamento.
Prova, a posizionarla, sempre pancia a pancia, con le gambine in posizione divaricata e fisiologica.  Se il pannello del mei tai dovesse ancora essere abbondante per lei, come può essere visto che ha solo un mese e mezzo, cerca di rimpicciolirglielo tu, arricciandolo un poco sotto il sederino.
Assicurati che la schiena sia bene sostenuta, e che le gambine siano in posizione fisiologica.

Proponile il cambiamento in un momento in cui sia tu che lei siete molto rilassate e avete tempo per sperimentare questa nuova posizione. Rimani quindi in ascolto e prova a capire quali segnali la tua piccola ti comunica.
Se si rilasserà, mostrerà di gradire la nuova posizione.
Se si dovesse lamentare o dimostrasse di non gradire in quel momento il cambiamento, rimettila nelle posizione già sperimentata e riprova in un altro momento.
Ogni cambiamento, anche se “richiesto” dal piccolo, chiede, sia ai grandi che ai piccoli, pazienza e tempo!

Spero di esserti stata utile!
A presto!
Oca Caterina

PS: Mandaci una foto, se lo desideri, che guardiamo insieme la posizione.
Scrivi a  michela@focuscoop.it   

Ritualita’ e imprevedibilita’: un’alchimia possibile

05/08/2014  |  Portare, Vita in Famiglia  |  No Comments  |  Share

Un neo genitore impara, spesso suo malgrado, l’importanza della ritualità.
I rituali o le routine diventano un imperativo categorico nei primi anni di vita con un piccolino.

Ci sono libri e manuali interi sull’argomento che aiutano il genitore a scandire la giornata attraverso sequenze di gesti ed eventi il più possibili uguali a se stessi per affrontare meglio la quotidianità con il piccolo e i suoi cambiamenti. Allora ecco i genitori cimentarsi in rituali per il sonno, per il cibo, per il cambio, per uscire…

L’idea che sta alla base è molto semplice: ogni piccolo, scopre il mondo un pezzettino alla volta, grazie alla paziente mediazione degli adulti che si prendono cura di lui.
Un piccolo non ha una precisa cognizione del tempo, come l’adulto: questa si costruisce pian piano durante l’infanzia.
Più è piccolo, più per lui il momento rischia di essere una dimensione percepita come senza una fine: quindi un disagio momentaneo lo getta in un profondo sconforto perchè non sa che presto potrebbe finire. E’ quello che si verifica nei primi mesi quando il piccolo avverte lo stimolo della fame. Il suo corpo allora diventa la fame, lui diventa la fame. Questa sensazione, forte e tremenda, lo getta nel più profondo sconforto perchè vive come eterna la dimensione temporale.

Per queste ragioni, per aiutare il piccolo ad orientarsi nel mondo e nella realtà, ai genitori si consiglia di offrire al bambino un contesto il più possibile ordinato e prevedibile.
I rituali servono a questo, a rendere pian piano tollerabile l’attesa e a governare la realtà, perchè rassicura sapere che dopo questa cosa accade quest’altra.
Questa attenzione deve essere presente nei primi anni di vita del piccolo: è un modo di aiutarlo a relazionarsi in modo positivo con il mondo. L’idea di fondo, quindi, è davvero illuminante e condivisibile. L’ordine, la ripetitività, l’abitudine aiutano il nostro piccolino ad orientarsi e vivere meglio la sua giornata.

Eppure, partendo da questa idea, alcuni genitori rischiano di finire in una trappola insidiosa.
Questo può accadere quando l’attenzione, per qualunque motivo, si sposta dal fine (aiutare il piccolo ad orientarsi) al mezzo (il rituale). In questi casi il rischio è quello di concentrarsi solo ed esclusivamente sul rituale che si ripete in modo ossessivo e si riduce a se stesso, senza rimandare più a null’altro.
Accade quindi un corto circuito. Il rituale che dovrebbe rassicurare diventa una piccola gabbia che crea ansia perchè se qualcosa non si realizza o non è possibile, in quella determinata situazione, l’ansia diventa intollerabile.

Questa situazione emerge spesso nel tempo estivo, quando la routine quotidiana si trasforma in quella diversa e magari più libera delle vacanze.
Allora il piccolo sembra non riuscire più ad addormentarsi perchè non ha la sua coperta, i suoi quattro ciucci, e i dieci orsacchiotti accanto; oppure, non riesce più a mangiare perchè non ha il suo seggiolone e i suoi innumerevoli giochi/distrazione.

Constatare queste difficoltà, aiuta a rincentrarsi. Se il rituale si centra esclusivamente su cose e oggetti, soprattutto se nel tempo quelli necessari si sono moltiplicati, il rischio è che il rituale stesso si sia svuotato di senso.
Il rituale che accompagna e che rasserena è quello centrato sulla presenza attenta e amorevole di qualcuno che aiuti ad affrontare i piccoli cambiamenti della giornata.

In questo modo le vacanze non saranno un grosso problema, perchè il centro è la relazione e non ciò che le sta attorno.
Una relazione che si consolida tanto più i gesti di cura si semplificano (il latte della mamma, il sonno accompagnato, una buona fascia per stare insieme).
Rispettando i ritmi dei piccoli, mostrando una grande attenzione per loro e i loro bisogni, tra i quali quelli di un contenimento anche attraverso l’ordine (spaziale, temporale, relazionale), rimanendo centrati sulla relazione, sarà possibile davvero scoprire il mondo insieme e e fare ogni volta nuove esperienze che allargheranno il cuore e la mente … di tutti, grandi e piccoli.

Foto © Agazzi

Portare in posizione fisiologica: le gambe

04/08/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Proprio come per le caratteristiche della schiena, anche per le gambe possiamo dire che la loro conformazione alla nascita riflette sia il passato, i nove mesi precedenti, sia il futuro.
Le anche di un neonato non sono pronte per camminare e reggere tutto il peso (cosa che accade ad altri mammiferi). Infatti, un piccolino non riesce a raddrizzare le gambe e allinearle al corpo, come non riesce a mandarle in dietro oltre l’asse mediano del corpo.
Queste caratteristiche così specifiche però gli consentono di mantenere a lungo e senza sforzo una posizione rannicchiata, indispensabile per vivere bene nell’utero materno.

Se osserviamo un neonato con attenzione, vedremo che spontaneamente si posizionerà con le gambe ranicchiate e divaricate, come un piccolo ranocchio.
Questa posizione è la posizione che istintivamente i piccoli assumono ed è la posizione che di fatto favorisce il normale sviluppo dell’anca nel primo anno di vita, tempo nel quale lentamente assume la conformazione dell’età adulta, che gli consentirà di camminare.
Per questo motivo è opportuno che il piccolo possa muoversi e posizionarsi in modo autonomo, ma soprattutto, che non venga forzato a posizioni non rispettose di queste sue caratteristiche.

Questa considerazione ci è molto utile quando scegliamo diversi supporti per trasportare o contenere il piccolo.
Infatti, questi ausili di fatto lo costringono per tempi abbastanza lunghi in una determinata posizione. E’ quindi essenziale che favoriscano la posizione più fisiologica possibile e che la sostengano.
Questa precauzione vale per tutti i bambini, perchè le anche di tutti i neonati sono immature. In particolare, poi, tali attenzioni diventano necessarie per quelli ai quali è diagnosticata una displasia dell’anca.

Un buon supporto per portare i bambini deve quindi favorire la posizione fisiologica a “ranocchietta” che assumono spontaneamente i neonati. Le gambe non devono mai rimanere a penzoloni e costrette a stare diritte.
Un buon supporto non fa scaricare il peso del piccolo solo nella zona dei genitali, ma lo sostiene da ginocchio a ginocchio, favorendo la posizione a M, con le ginocchia lievemente più in alto rispetto al sederino.
In questo modo il piccolo non solo è portato in una posizione comoda per lui, ma che risponde al meglio alle necessità di crescita del suo corpo.
Nel neonato questa posizione è garantita al meglio attraverso un supporto non strutturato che si adatta perfettamente alle caratteristiche specifiche del piccolo.

Foto © Mammarsupio