Usi alternativi per fasce e mei tai

21/08/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

In molti ci scrivete chiedendoci se abbiamo idee ed esperienze per riutilizzare delle fasce o dei mei tai che avete smesso di usare o che desiderate usare di più.

La prima cosa che ci viene in mente è che sia la fascia che il mei tai possono essere usati comodamente come “seggioloni di emergenza”. Questa soluzione risulta pratica sia quando il pranzo o la cena fuori non sono programmati e quindi e si è sprovvisti di seggioloni da viaggio o alzatine, oppure in montagna o in tutte le occasioni che per ragioni di peso e di spazio si sceglie di lasciare a casa l’attrezzatura.
Questa soluzione è ottima con i bambini che sono già capaci di stare seduti abbastanza autonomamente e hanno solo bisogno di un sostegno ulteriore che li assicuri alla seduta.
Con la fascia lunga è possibile infatti assicurare agevolmente il piccolo alla sedia avvolgendo la fascia sul busto del piccolo e, infine, legando le estremità allo schienale della stessa sedia.

Il pannello del mei tai può trasformarsi velocemente in una mutadina regolabile sulla quale far sedere il piccolo, assicurando le fasce alla sedia.
Ovviamente, non essendo un vero e proprio seggiolone, l’adulto non deve assolutamente lasciare il piccolo da solo, ma deve garantirgli sempre una costante vicinanza e vigilanza.

Per i bambini più grandi, la fascia lunga (non quella elastica) può essere trasformata in un’amaca divertente o in un’altalena e accompagnarli in questo modo per un pezzettino ancora del loro percorso.
Basta legare saldamente l’estremità della fascia lunga a due rami se si dispone di un bel giardino, o in casa ad una trave o ai gradini di una scala in legno. Se non si hanno tutte queste possibilità, può bastare anche un tavolo robusto: si stende la fascia sotto il tavolo e poi si legano saldamente le due estremità alla misura desiderata sopra il piano del tavolo: un’amaca confortevole per i più piccoli è realizzata e il divertimento è assicurato!

Anche il mei tai può trasformarsi in un’altalena divertente per i più grandicelli, che devono però avere una buona capacità di equilibrio.
Il pannello centrale diventa la seduta dell’altalena, sostenuta dalle due fasce opposte (inferiore e superiore di ciascun lato) legate tra di loro saldamente e appese ad un ramo o una trave. questo caso è consigliabile usare l’alata.

Altra idea è che la fascia può essere usata come semplice telo per creare delle piccole tane o rifugi nei quali i bambini si divertiranno a giocare e inventare storie sempre nuove: basta un tavolo al quale si fasceranno le gambe, per creare un angolino riparato o un divano dalla cui sommità far scendere la fascia fino ad una sedia posizionata poco distante.

La fantasia può suggerire davvero tanti usi alternativi di questi strumenti, se lo si desidera e se si presenta l’occasione.
Già perchè anche in questo conta il desiderio, oltre che l’occasione: la fascia o il mei tai diventano, per alcuni genitori, un segno concreto del legame con il loro piccolo. Non più solo un oggetto, ma un simbolo che rimanda ad altro, ad una realtà profonda e intima.

Per cui se non vi andasse di usare altrimenti i vostri supporti perchè “troppo preziosi” ai vostri occhi, custoditeli, come tesori, appunto. Sarà bello, in futuro, poterli ridonare e consegnare ai vostri bimbi ormai grandi perchè la usino a loro volta oppure custodirla per portare a vostra volta i nipotini.
Prospettiva troppo a lungo termine? E’ vero, ma le cose preziose e significative (una culla fatta da un bisnonno, un cassettone per i giochi, un abito particolare … e, perchè no, una fascia!) è bello e estremamente ricco tramandarle.

A presto!
Oca Caterina

Portare i bambini con il viso rivolto in avanti: alcuni motivi per non farlo

21/08/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Moltissime immagini pubblicitarie dei marsupi di tipo tradizionale ritraggono i bambini con il volto rivolto in avanti e la loro schiena contro il busto dei genitori. Queste immagini sono molto diffuse e quindi viene spontaneo a chi si informa sul mondo del portare e dei supporti chiedersi e chiedere se sia possibile portare in questa posizione anche con fasce, mei tai o marsupi ergonomici.
La richiesta è tale che di fatto anche alcune case produttrici di tali supporti nelle istruzioni che accompagnano questi prodotti mostrano come utilizzare fasce e mei tai in queste posizioni.

Eppure, esistono dei validi motivi per evitare questa posizione, riconosciuti e condivisi da chi si occupa di portare.
Una prima ragione che porta a sconsigliare la posizione “faccia al mondo” è il fatto che in questa posizione le gambine del piccolo assumono una posizione stirata e non rimangono sostenute nella posizione fisiologica.

Questa posizione, inoltre, porta il piccolo a scaricare tutto il suo peso nella zona genitale, che viene sottoposta a una notevole pressione, che se protratta nel tempo, non è benefica.

Una terza ragione per evitare questa posizione è che anche la schiena non assume una posizione fisiologica perchè il piccolo la inarca e la colonna non è sostenuta nelle sue fisiologiche curvature.

Inoltre, anche solo visivamente ci si accorge che il corpo del piccolino è appeso a quello del genitore e non ha alcun appoggio: la testa deve sempre rimanere eretta e sostenuta e le mani e i piedi sono a penzoloni. Questa posizione non risulta comoda al piccolo che difficilmente riesce a rilassare la sua postura.

A livello fisico è davvero una questione di incastri, come quando si gioca a Tetris e si cerca l’incastro migliore tra due forme diverse: i corpi di chi porta e chi è portato si “incastrano” in modo ottimale se la pancia del bambino è a contatto con quella dell’adulto e le sua gambine, divaricate, sono sostenute e appoggiate al suo busto.
Sempre per questa ragione di incastro ottimale, anche per l’adulto è meglio portare con il bimbo rivolto pancia a pancia. In questo modo il baricentro rimane lo stesso e il peso del piccolo è scaricato meglio sulla schiena dell’adulto.

A queste ragioni fisiche se ne aggiunge un’altra di tipo relazionale.
Il bambino portato con la faccia al mondo riceve tutti gli stimoli senza alcun filtro e alcuna mediazione. Sia l’aria più fredda di una folata di vento, che la confusione della folla al mercato o in metropolitana o il sole forte del mezzogiorno.
Il piccolo si trova a gestire da solo tutti gli stimoli: questa condizione, anche se apparentemente può sembrare di suo gradimento (“è contento quando lo porto così”), è comunque una fonte di stress eccessivo.

Inoltre, quando è stanco il piccolo spesso si abbandona al sonno e la posizione risulta ancora più innaturale: le gambe si stirano ulteriormente, la testa ciondola in avanti, senza trovare il sostegno adeguato e tutto il peso del corpo viene scaricato sui genitali.

Quindi, l’ottimale per il piccolo e per l’adulto che lo porta è evitare questa posizione e preferire posizioni che sostengano meglio il corpo del piccolo e che lo contengano in modo adeguato al livello relazionale.

Foto © Corbis Judith Haeusler e Frank and Helena

Non ti porto, perche’ ti voglio indipendente

21/08/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

A no, grazie, a me la fascia non interessa, non lo voglio mica viziare. Non voglio che diventi un mammone, sempre attaccato a me. Io sono per l’indipendenza!”.
Frase inventata, giusto per provocare, può pensare qualcuno.
Eppure, non è così.
E’ una frase che pochi genitori hanno il coraggio di esplicitare, ma molti lo pensano, quando gli si propone il portare e loro non sanno e non immaginano in cosa consista questa pratica e che cosa offra.

Questi genitori desiderano che i propri figli non siano come quelli del vicino o degli amici, considerati appiccicosi, che piangono a tre anni attaccati alla gonna della mamma, che tolgono il respiro. Li vogliono indipendenti.
E’ per il loro bene: solo l’indipendenza li aiuterà ad essere competitivi nello studio, nel lavoro, nella vita. Se saranno indipendenti riusciranno ad orientarsi in un mondo così complesso come il nostro, adesso.
L’indipendenza già da piccoli è la base per il domani, per la realizzazione. Quindi va perseguita, sostenuta e magari anche imposta prima possibile, possibilmente da subito.

E il portare, che si basa sull’idea di legare insieme per un tempo, anche prolungato, due corpi, quello del piccolo e quello dell’adulto che si prende cura di lui, molto si distanzia da queste idee. Anzi, si contrappone, si scontra con queste convinzioni.

Occorre fare un passo indietro, fermarsi ad osservare il piccolo che è nato, capire chi è e capire da dove viene.
Il cucciolo di uomo è prima di tutto un mammifero. Nasce dopo una gestazione che dura dieci lune, un tempo lungo in cui cresce e si sviluppa nel corpo della sua mamma, dal quale dipende totalmente.
Ci si accorge di questo in gravidanza, quando per una ragione qualunque, il corpo della mamma si ammala: immediatamente corre un pericolo, piccolo o grande in base al malessere materno, anche il piccolo.La prima esperienza del piccolo, che è quella uterina, è una esperienza segnata e caratterizzata da una profonda dipendenza dalla sua mamma.
Questa cosa lascia un forte segno anche dopo. Il piccolo di uomo non può sopravvivere senza un adulto che si prenda cura di lui. Il neonato è completamente dipendente ancora da qualcuno che lo nutra, che risponda ai suoi bisogni, che si prenda cura di lui.

L’indipendenza tanto desiderata è una realtà profondamente distante da lui, dalla sua natura, dalle sue caratteristiche. Quindi non è tanto questa o quell’altra pratica di cura che rendono il piccolo un mammone: è il neonato che, potremmo dire, “nasce mammone”, perchè senza la sua mamma, o qualcuno che si presti a fare da mamma, non può sopravvivere.

Non è quindi il portare a viziare, ma è un modo di rispondere ai suoi bisogni più profondi e di accompagnarlo nella crescita.
Anche attraverso questa pratica di cura i genitori possono scoprire che il loro piccolo, come ogni altro essere umano, non potrà mai essere indipendente, perchè mai, nella sua vita, potrà bastare a se stesso.

Si scopre quindi l’importanza di educare all’autonomia, che non è sinonimo di indipendenza. Autonomia è riuscire a fare da sé, a mettere a frutto tutte le proprie risorse per affrontare il mondo, la vita, i compiti e le sfide che si incontrano.
Una persona autonoma non solo sa di essere dipendente, ma scopre il valore e la ricchezza dell’interdipendenza.
E’ come in un balletto: la coreografia funziona ed emoziona solo se ciascun ballerino esegue perfettamente la sua parte, in autonomia e competenza, ma in perfetta sinergia ed equilibrio con quello che gli altri danzano.

Il portare non risolve tutte le fatiche o le sfide educative che i genitori si trovano ad affrontare, certo è che è una pratica basata sul rispetto e sull’attenzione, che può aprire sguardi su orizzonti nuovi per i figli, ma anche e soprattutto per i genitori.

Foto © Gene Schiavone

Autoproduzione: cosa verificare quando si sceglie un tessuto

18/08/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Ognuno di noi ha avuto modo, almeno una volta nella vita, di realizzare qualcosa per sé con le proprie mani. Sia una torta, una marmellata fatta in casa, magari il detersivo per lavare i piatti, molte volte è divertente -oltre che utile ed davvero rilassante- cimentarsi in nuove imprese, per perfezionare una tecnica o apprendere qualcosa di nuovo.

L’autoproduzione si è diffusa a macchia d’olio negli ultimi anni e ha coinvolto tantissimi settori, dall’alimentare al cosmetico. Se ci si pensa più che un approccio recente, l’autoproduzione riprende un metodo pre-industriale dove, in mancanza del prodotto fatto e finito, si realizzava da sé ciò che serviva.

Anche nel campo dei supporti per portare esistono delle mamme e delle artigiane che decidono di realizzare fasce o meitai da sole, utilizzando i cartamodelli che si trovano in rete e aggiungendoci il proprio estro personale.

Ciò che non va mai dimenticato però, è l’importanza della materia prima.

Così come non tutti i cibi sono uguali (dalla grande distribuzione al bio la strada è lunga), anche sui tessili occorre fare attenzione, perché la stoffa entra a contatto con la pelle del portatore e del portato ed è probabile che almeno una volta il bambino si metta a ciucciare il tessuto.

Se siete alla ricerca di una stoffa con cui produrre una fascia o un meitai, considerate che ogni tessuto deve obbligatoriamente avere un’etichetta che indica la composizione (nei tessuti a metro si trova sul rotolo). Visto l’utilizzo, sarà opportuno scegliere tessuti con composizioni “pure”, ovvero 100% cotone (o lino, juta, bamboo).

Inoltre è importante controllare se il tessuto possiede delle certificazioni di prodotto, cioè se questo è stato sottoposto a test che verificano la presenza, i livelli e il rilascio di alcuni componenti utilizzati durante le fasi di lavorazione (coloranti e additivi chimici). La più comune e basilare certificazione mondiale è l’Oeko-Tex® standard 100, che garantisce l’assenza di sostanze nocive nel tessuto (come pesticidi, ammine aromatiche o metalli pesanti, per citarne alcuni) sia per l’uomo che per l’ambiente.

Non è vero che i tessuti certificati costano per forza molto, si possono trovare a dei prezzi accessibili. Ciò che dovete considerare però è il tipo di supporto che andate a realizzare; ovviamente per fare un meitai servirà meno stoffa, mentre per la fascia lunga ne servirà molta di più.

Per i genitori più attenti si può scegliere un tessuto di origine biologica. Di solito i tessuti bio non hanno fibre miste e possono ricevere la certificazione Global Organic Textile Standard, una norma internazionale che controlla non solo la composizione del tessuto (più rigida dell’Oeko Tex®), ma guarda anche la filiera, l’impatto ambientale e certifica il rispetto dei diritti dei lavoratori.

Foto ©Maskot/Corbis
 

Il mei tai con i neonati: quando portare con le gambine fuori?

18/08/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Patrizia, una mamma, ci scrive:
Buongiorno! Ho una bambina di un mese e mezzo che vorrei portare in meitai. Pesa 4,5 kg. Mi chiedevo come faccio a capire quando è pronta per stare con le gambe fuori? Me lo chiedo perché all’interno inizia a puntare i piedi e ho paura che carichi il peso sulle gambe!

Ciao Patrizia!
Una mamma portatrice si accorge bene presto che un primo atteggiamento da custodire in quest’arte di cura dei piccoli è proprio l’osservazione. Sono i nostri piccoli che sanno guidarci in modo davvero sapiente e suggerirci i possibili cambiamenti e le possibili evoluzioni anche per quanto riguarda il portare.
Quindi la prima cosa è aguzzare i nostri sensi (non si osserva solo con gli occhi!) e poi metterci in ascolto di quello che il piccolo ci dice attraverso il suo corpo e il suo comportamento.

Se hai osservato che la tua piccola inizia a puntare i piedini nel mei tai quando la metti in posizione raccolta al suo interno, e ti sei accorta che questa cosa avviene in modo frequente e non è stata solo occasionale, la tua piccola ti sta, in effetti, suggerendo un piccolo cambiamento.
Prova, a posizionarla, sempre pancia a pancia, con le gambine in posizione divaricata e fisiologica.  Se il pannello del mei tai dovesse ancora essere abbondante per lei, come può essere visto che ha solo un mese e mezzo, cerca di rimpicciolirglielo tu, arricciandolo un poco sotto il sederino.
Assicurati che la schiena sia bene sostenuta, e che le gambine siano in posizione fisiologica.

Proponile il cambiamento in un momento in cui sia tu che lei siete molto rilassate e avete tempo per sperimentare questa nuova posizione. Rimani quindi in ascolto e prova a capire quali segnali la tua piccola ti comunica.
Se si rilasserà, mostrerà di gradire la nuova posizione.
Se si dovesse lamentare o dimostrasse di non gradire in quel momento il cambiamento, rimettila nelle posizione già sperimentata e riprova in un altro momento.
Ogni cambiamento, anche se “richiesto” dal piccolo, chiede, sia ai grandi che ai piccoli, pazienza e tempo!

Spero di esserti stata utile!
A presto!
Oca Caterina

PS: Mandaci una foto, se lo desideri, che guardiamo insieme la posizione.
Scrivi a  michela@focuscoop.it   

Ritualita’ e imprevedibilita’: un’alchimia possibile

05/08/2014  |  Portare, Vita in Famiglia  |  No Comments  |  Share

Un neo genitore impara, spesso suo malgrado, l’importanza della ritualità.
I rituali o le routine diventano un imperativo categorico nei primi anni di vita con un piccolino.

Ci sono libri e manuali interi sull’argomento che aiutano il genitore a scandire la giornata attraverso sequenze di gesti ed eventi il più possibili uguali a se stessi per affrontare meglio la quotidianità con il piccolo e i suoi cambiamenti. Allora ecco i genitori cimentarsi in rituali per il sonno, per il cibo, per il cambio, per uscire…

L’idea che sta alla base è molto semplice: ogni piccolo, scopre il mondo un pezzettino alla volta, grazie alla paziente mediazione degli adulti che si prendono cura di lui.
Un piccolo non ha una precisa cognizione del tempo, come l’adulto: questa si costruisce pian piano durante l’infanzia.
Più è piccolo, più per lui il momento rischia di essere una dimensione percepita come senza una fine: quindi un disagio momentaneo lo getta in un profondo sconforto perchè non sa che presto potrebbe finire. E’ quello che si verifica nei primi mesi quando il piccolo avverte lo stimolo della fame. Il suo corpo allora diventa la fame, lui diventa la fame. Questa sensazione, forte e tremenda, lo getta nel più profondo sconforto perchè vive come eterna la dimensione temporale.

Per queste ragioni, per aiutare il piccolo ad orientarsi nel mondo e nella realtà, ai genitori si consiglia di offrire al bambino un contesto il più possibile ordinato e prevedibile.
I rituali servono a questo, a rendere pian piano tollerabile l’attesa e a governare la realtà, perchè rassicura sapere che dopo questa cosa accade quest’altra.
Questa attenzione deve essere presente nei primi anni di vita del piccolo: è un modo di aiutarlo a relazionarsi in modo positivo con il mondo. L’idea di fondo, quindi, è davvero illuminante e condivisibile. L’ordine, la ripetitività, l’abitudine aiutano il nostro piccolino ad orientarsi e vivere meglio la sua giornata.

Eppure, partendo da questa idea, alcuni genitori rischiano di finire in una trappola insidiosa.
Questo può accadere quando l’attenzione, per qualunque motivo, si sposta dal fine (aiutare il piccolo ad orientarsi) al mezzo (il rituale). In questi casi il rischio è quello di concentrarsi solo ed esclusivamente sul rituale che si ripete in modo ossessivo e si riduce a se stesso, senza rimandare più a null’altro.
Accade quindi un corto circuito. Il rituale che dovrebbe rassicurare diventa una piccola gabbia che crea ansia perchè se qualcosa non si realizza o non è possibile, in quella determinata situazione, l’ansia diventa intollerabile.

Questa situazione emerge spesso nel tempo estivo, quando la routine quotidiana si trasforma in quella diversa e magari più libera delle vacanze.
Allora il piccolo sembra non riuscire più ad addormentarsi perchè non ha la sua coperta, i suoi quattro ciucci, e i dieci orsacchiotti accanto; oppure, non riesce più a mangiare perchè non ha il suo seggiolone e i suoi innumerevoli giochi/distrazione.

Constatare queste difficoltà, aiuta a rincentrarsi. Se il rituale si centra esclusivamente su cose e oggetti, soprattutto se nel tempo quelli necessari si sono moltiplicati, il rischio è che il rituale stesso si sia svuotato di senso.
Il rituale che accompagna e che rasserena è quello centrato sulla presenza attenta e amorevole di qualcuno che aiuti ad affrontare i piccoli cambiamenti della giornata.

In questo modo le vacanze non saranno un grosso problema, perchè il centro è la relazione e non ciò che le sta attorno.
Una relazione che si consolida tanto più i gesti di cura si semplificano (il latte della mamma, il sonno accompagnato, una buona fascia per stare insieme).
Rispettando i ritmi dei piccoli, mostrando una grande attenzione per loro e i loro bisogni, tra i quali quelli di un contenimento anche attraverso l’ordine (spaziale, temporale, relazionale), rimanendo centrati sulla relazione, sarà possibile davvero scoprire il mondo insieme e e fare ogni volta nuove esperienze che allargheranno il cuore e la mente … di tutti, grandi e piccoli.

Foto © Agazzi

Portare in posizione fisiologica: le gambe

04/08/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Proprio come per le caratteristiche della schiena, anche per le gambe possiamo dire che la loro conformazione alla nascita riflette sia il passato, i nove mesi precedenti, sia il futuro.
Le anche di un neonato non sono pronte per camminare e reggere tutto il peso (cosa che accade ad altri mammiferi). Infatti, un piccolino non riesce a raddrizzare le gambe e allinearle al corpo, come non riesce a mandarle in dietro oltre l’asse mediano del corpo.
Queste caratteristiche così specifiche però gli consentono di mantenere a lungo e senza sforzo una posizione rannicchiata, indispensabile per vivere bene nell’utero materno.

Se osserviamo un neonato con attenzione, vedremo che spontaneamente si posizionerà con le gambe ranicchiate e divaricate, come un piccolo ranocchio.
Questa posizione è la posizione che istintivamente i piccoli assumono ed è la posizione che di fatto favorisce il normale sviluppo dell’anca nel primo anno di vita, tempo nel quale lentamente assume la conformazione dell’età adulta, che gli consentirà di camminare.
Per questo motivo è opportuno che il piccolo possa muoversi e posizionarsi in modo autonomo, ma soprattutto, che non venga forzato a posizioni non rispettose di queste sue caratteristiche.

Questa considerazione ci è molto utile quando scegliamo diversi supporti per trasportare o contenere il piccolo.
Infatti, questi ausili di fatto lo costringono per tempi abbastanza lunghi in una determinata posizione. E’ quindi essenziale che favoriscano la posizione più fisiologica possibile e che la sostengano.
Questa precauzione vale per tutti i bambini, perchè le anche di tutti i neonati sono immature. In particolare, poi, tali attenzioni diventano necessarie per quelli ai quali è diagnosticata una displasia dell’anca.

Un buon supporto per portare i bambini deve quindi favorire la posizione fisiologica a “ranocchietta” che assumono spontaneamente i neonati. Le gambe non devono mai rimanere a penzoloni e costrette a stare diritte.
Un buon supporto non fa scaricare il peso del piccolo solo nella zona dei genitali, ma lo sostiene da ginocchio a ginocchio, favorendo la posizione a M, con le ginocchia lievemente più in alto rispetto al sederino.
In questo modo il piccolo non solo è portato in una posizione comoda per lui, ma che risponde al meglio alle necessità di crescita del suo corpo.
Nel neonato questa posizione è garantita al meglio attraverso un supporto non strutturato che si adatta perfettamente alle caratteristiche specifiche del piccolo.

Foto © Mammarsupio

 

Portare in posizione fisiologica: la schiena

29/07/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Le caratteristiche che presenta un piccolo alla nascita ci parlano sia del suo passato, il periodo vissuto in utero; sia del suo presente, cosa ha bisogno ora, in questo momento per stare bene; sia del suo futuro, dei bisogni che lo accompagneranno.
Questo è vero per i suoi bisogni più profondi, ma anche per le caratteristiche del suo corpo.

Un corpo che, nove mesi prima, nel segreto, si è formato partendo da due minuscole cellule e che nel primo anno di vita si svilupperà e trasformerà come non accadrà più nel resto della sua vita.

Una delle prime caratteristiche che coglie lo sguardo è la particolare conformazione della schiena di un neonato. Se appoggiato al corpo della mamma o del papà, con la testina a contatto del petto, ad altezza bacio, il neonato si ranicchia e sembra una piccola tartarughina.
La sua schiena assume una particolarissima conformazione, tipica solo dei primi mesi di vita. Infatti,la colonna vertebrale del piccolo, per stare nove mesi nella pancia della sua mamma, ha una particolarissima conformazione a C, tecnicamente chiamata cifosi completa. Tale conformazione si modifica durante tutto il primo anno di vita, fino ad arrivare alla conformazione tipica dell’età adulta a S.

A partire dal terzo-quarto mese, quando il bambino riesce a reggere meglio il capo, la forma a C inizia a modificarsi e nella zona cervicale si viene a formare una lordosi.
Quando il piccolo, poi, comincia a stare seduto in modo autonomo si viene a formare anche la cifosi a livello del torace. Infine, la colonna assume la posizione a S con la formazione della lordosi lombare, quando il piccolo attorno all’anno o poco più inizia a camminare.

Tale sviluppo va di pari passo e in stretta connessione con lo sviluppo della muscolatura connessa alla colonna vertebrale.
Proprio per questo sviluppo graduale della colonna e della relativa muscolatura, occorre che un buon supporto per portare i piccoli rispetti questa particolare fisiologia della schiena e la sostenga nel suo continuo sviluppo.

Per questo motivo sono sconsigliati supporti che per la loro rigidità si adattano poco alla crescita e al progressivo cambiamento della colonna vertebrale del piccolo.
Un buon supporto per portare deve quindi sostenere la spina dorsale in tutta la sua lunghezza, garantendo un buon supporto a tutte le parti della schiena. Questo vale in modo particolare per i neonati, la cui muscolatura è ancora poco tonica, ma anche per i più grandi perchè, quando si addormentano, rilassando i muscoli, necessitano di un ulteriore supporto.

Un buon supporto poi deve sostenere in modo stabile, senza risultare però troppo rigido. A tal proposito, soprattutto per i piccolissimi, l’ideale sono supporti poco strutturati perchè sono i maggiormente adattabili.

Foto © Mammarsupio

Conoscersi attraverso la pelle

29/07/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

 

Il neonato porta scritto dentro di sé delle caratteristiche fisiche e psicologiche ben precise. Queste caratteristiche sono strettamente legate sia a ciò che lo aspetta dopo la nascita, sia alla vita uterina.
Il primo anno di vita segna un passaggio lento e graduale tra queste due diverse condizioni: dal caldo e protetto ambiente della pancia della mamma, al mondo così diverso e interessante che sta fuori.

Il passaggio è un evento naturale e fisiologico, che accade. Il piccolo cresce, e insieme a lui crescono progressivamente il desiderio e le capacità per scoprire e incontrare questo mondo. Se questo è un passaggio fisiologico e naturale, diverse sono le condizioni in cui può avvenire.

Come sempre non c’è una ricetta che vale per tutti o che garantisce un esito, piuttosto che un altro. E, sebbene come genitori questo lo si sa chiaramente, spesso ci si lascia tentare dalla ricerca di questo o di quella soluzione che risolva la fatica del momento o il problema. Occorrerebbe spostare l’attenzione: non più guardare l’esito, ma pensare al processo. Questo lento e graduale passaggio può essere accompagnato e favorito dalle cure attente dei genitori. Ciò, sicuramente, non garantirà di crescere il bambino “ideale”, l’esito non è mai dato né mai è certo. Nel fare ciò però possiamo aiutare il piccolo a mettere delle solide basi alla sua crescita.

I forti bisogni di relazione, di contatto, di contenimento e di cura segnalano sia una mancanza da colmare, sia la strada, la direzione, per provare a costruire una relazione possibile, accogliendoli e provando a rispondere ad essi al meglio.

Il portare può essere un modo di provare a costruire una relazione genitoriale soddisfacente per entrambi, sia piccoli che grandi. E’ una delle modalità possibili, un modo concreto e quotidiano, che sperimentato spesso dona molta soddisfazioni e regala attimi intensi di gioia e di benessere. Una modalità che ammorbidisce il passaggio dal dentro la pancia della mamma al fuori e che insegna a conoscersi attraverso la pelle.

Foto © Dann Tardif/LWA/Corbis

Quando cambiare posizione

21/07/2014  |  Portare  |  No Comments  |  Share

Camilla, mamma di Sara, 5 mesi, in un recente incontro, chiedeva:
Quando devo cambiare posizione e iniziare a portare Sara sul fianco o sulla schiena?

Il verbo dovere si sposa male con il portare, e, quindi, anche con questa domanda. Il portare è essenzialmente un modo di prendersi cura dei piccoli, ma anche di stare insieme e di vivere insieme delle esperienze.

La prima cosa che si sperimenta portando con continuità i propri piccoli dai primi giorni, è che loro, crescendo un po’ ogni giorno, vivono lo spazio del portare in un modo diverso. Questi cambiamenti, piccoli ma quotidiani, accompagnano questa esperienza e progressivamente la modificano e la arricchiscono. Quindi il genitore, insieme al suo piccolo, può desiderare di sperimentare nuove posizioni.
L’idea di provare a cambiare posizione dovrebbe sempre nascere da un desiderio più che da un “dovere” imposto non si sa bene da chi o da cosa.

Come in tutte le cose che riguardano la relazione tra una mamma e il suo piccolo, anche per il portare non esistono regole o ricette generali, che vanno bene per tutti.
Idealmente i passaggi sono dalla posizione pancia a pancia a quella sul fianco e infine a quella sulla schiena. Ma questa sequenzialità è appunto un’indicazione ideale, che segue alcune caratteristiche dei piccoli, ma anche dei genitori occidentali.
Si pensi, a tal proposito, che in Africa la posizione pancia a pancia è praticamente sconosciuta, e i piccolissimi di pochi giorni già stanno sulle schiene delle loro mamme.

Detto questo, risottolineando l’estrema variabilità dovuta al fatto che ogni coppia genitore – bambino è unica, possiamo comunque individuare degli elementi che ci aiutano a capire se siamo pronti a cambiare o sperimentare anche altre posizioni.
Il passaggio sul fianco può avvenire gradualmente quando il bambino dimostra sia un buon controllo posturale, sia un interesse verso il mondo che lo circonda. La stessa cosa vale per il passaggio sulla schiena, a cui si aggiunge la ricerca di comodità da parte dell’adulto, poiché lo scarico del peso è ottimale in questa posizione, e la serenità anche in assenza di un contatto visivo diretto con il suo piccolo.

Tenuti presenti questi elementi generali, con l’esperienza, i genitori si accorgeranno che sarà il bimbo a indicare di essere pronto ad essere portato in altre posizioni, più da “grande”. Non rimane che accogliere e ascoltare i suoi segnali: è importante fidarsi delle proprie sensazioni e di ciò che il bambino comunica.

A presto!
Oca Caterina